Calici in volo

CHE COS’È LA LIBERTÀ?

Come feto non sono libero, sono chiuso dentro una placenta e collegato a un cordone ombelicale. Dipendo da mammà, da quello che fa, da quello che mangia; certo che se fumasse un po’ di meno!

Poi esco, mi tagliano il cordone, mi prende il panico, tiro un urlo da far ricrescere i capelli all’ostetrico:

“Mi stanno uccidendo! Aiuto!”.

No. Pian piano mi accorgo che posso vivere anche senza il cordone. Me l’ha provato l’urlo. C’è questa cosa che non vedo e mi scende giù e poi io ributto fuori subito dopo. L’aria. Sembra facile.

Quindi sono libero?

No, anzi, le mie limitazioni si sono ramificate.

Ora, oltre a dipendere da mammà (anche se dall’esterno), una simpatica infermiera ha scritto su un pezzo di carta che sono nato. E che sono nato in questo paese, in questo giorno e a quest’ora. Mi hanno fatto un bel certificato di nascita. Da ora sono cittadino di questo paese. Ho diritti e doveri. I diritti sono ciò che POSSO fare e i doveri sono ciò che DEVO fare. Ovvero per il solo fatto di essere nato ho già degli obblighi. Bè, non subito, prima devo appiccicarmi al seno di mammà. Perché se non mangio muoio, se non respiro muoio, se non bevo muoio e anche se non dormo, muoio. No, di libertà proprio non se ne parla.

Fra qualche anno i diritti e i doveri verranno a trovarmi e mi diranno più o meno così:

“Tu stai dentro questa bella campana di vetro (o brutta capanna di bambù a seconda di dove si nasce) e io (STATO/NAZIONE) ti tolgo un po’ (un bel po’ a seconda di dove si nasce) della tua libertà a cambio di protezione e sicurezza. È il protection pack, o contratto sociale. Io ancora non lo so perché sono piccolo e si occupa di tutto mammà, però mi hanno appioppato sto protection pack alla nascita e non me lo scrollerò più di dosso.

Sulla sua effettiva utilità vi sono pareri discordanti.

Un certo Hobbes sostiene che il protection pack è necessario perché noi nasciamo cattivissimi e selvaggissimi e ci scanneremmo a vicenda come bestie se non ce l’avessimo e sarebbe un inferno. (A me comunque non sembra che le bestie si scannino indiscriminatamente, ma questa è un’altra questione).

Un certo Rousseau invece dice che noi nasciamo buonissimi, ma diventiamo cattivissimi e selvaggissimi proprio a causa del protection pack, creato dai pochi che detengono il potere per difendere la (loro) proprietà privata ed imponendosi a chi non ce l’ha, limitando le loro libertà e creando disuguaglianze. L’uomo nasce libero, dice Rousseau, ma ovunque vive incatenato.

Ora, chi abbia ragione fra i due io non so, forse entrambi.

Fatto sta che non sono libero.

Non sono libero perché non posso uscire di casa senza documenti, non posso uscire dal paese senza passaporto, non posso vivere su una montagna, costruirmi una casa coi tronchi d’albero e bagnarmi nel fiume, perché dovrei essere prima proprietario della montagna, dei tronchi e del fiume. Ma anche se mi fosse permesso (con il rispettivo permesso) di vivere su una montagna, non sarei comunque libero, perché avrei bisogno di aria e di cibo e di sonno. E ne ho bisogno tutti i giorni, guai a sgarrare. E non sono libero perché d’inverno soffro il freddo e ho bisogno di coprirmi e d’estate soffro il caldo e ho bisogno di ombra.

Non sono libero perché osservo un sistema che non funziona e malgrado abbia delle idee per farlo andare meglio, non ho alcun accesso alla sua amministrazione. Non scelgo dove nascere, non scelgo le regole del gioco, non scelgo chi fa le regole, però sono costretto a giocarci. E a quelli che dicono: bombardiamo a manetta per difendere la libertà io gli sputerei in un occhio e girerei il cannone dalla loro parte. Vediamo quanto si sentono liberi ora.

Non sono libero nemmeno da me stesso, perché la mia mente crea paure che mi fanno comportare come la pecora del grande gregge globale, guidata da un pastore pazzo. E anche quando le pecore sembrano ribellarsi, non lo fanno per se stesse, ma per seguire un altro pastore pazzo che gli ha promesso un prato più rigoglioso e fresco. Paradiso? Helloooo!!!

Non sono libero nemmeno nell’amore, perché che ne so io dell’amore? Conosco quella bramosia che mi rende schiavo, dipendente da un sorriso, una telefonata, un messaggio. E mi manca l’aria quando mi vengono negati. Io non so amare perché il mio amore è una tossicodipendenza, la schiavitù delle schiavitù.

E allora che cos’è la libertà di cui tutti parlano e di cui tutti sembrano essere così sicuri?

Forse se amassi veramente potrei dare un senso, avere una minima coscienza del significato di questa parola. Ma che significa amare veramente? (questa è un’altra questione scottante).

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Forse la libertà consiste nel rendersi conto che non esiste e che bisogna procedere con molta ma molta cautela. E che ogni scelta necessita di un gran senso di responsabilità, perché ognuno di noi dipende da tutto il resto. Siamo legati, apparteniamo gli uni agli altri e non solo in rapporto a noi, ma anche rispetto agli animali, le piante, le stelle, i pianeti, i gas, gli oceani e quant’altro. E non solo ora, ma anche attraverso il tempo. Il libero arbitrio non riguarda noi come singoli, ma noi in rapporto a tutto l’universo. Per quello, l’immagine che ho della libertà non è tanto quella dell’essere umano in mezzo alla natura, stagliato contro il cielo, in direzione del sole e con le braccia aperte per abbracciare il mondo, che è tanto presente nell’immaginario collettivo (digitare “freedom” su google per averne una riprova). No, la mia immagine è piuttosto quella di un equilibrista che regge un vassoio pieno di bicchieri di cristallo sulla testa. La sua attenzione e la sua concentrazione devono essere constanti e per quello ci vuole molta pazienza e consapevolezza.

E invece a me sembra di camminare a piedi nudi su un pavimento di bicchieri in frantumi.

Ecco, se amassi veramente capirei questo.

Ma per ora no, ancora non so cosa significhi libertà.

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Creatividad del miedo

A lo largo de la historia el ser humano siempre ha creado seres imaginarios o sobrenaturales para poder explicar fenómenos o experiencias que se encontrasen fuera del alcance de su entendimiento; se trata de una necesidad unicamente humana de utilizar la imaginación para controlar sus miedos. Pensemos por ejemplo en las mitologías o en la vasta iconografía hindú, con sus miles de dioses benévolos y malvados.

Daryl Hannah as "Pris". Blade Runner (1982)
Daryl Hannah as “Pris”. Blade Runner (1982)

A medida que la filosofía natural se iba imponiendo en la explicación de tales fenómenos, la imaginación también cambiaba el foco de su atención: de fenómenos exteriores incontrolables causados por seres sobrenaturales a la manipulación de la naturaleza misma por parte de individuos “expertos”. Un buen ejemplo podría ser el cambio de concepción de la magia a partir del Renacimiento.  Durante la edad media, la brujería se consideraba como una acción directa del diablo y sus acólitos sobre cosas o personas, mientras que a partir del siglo XV, con la emergencia del antropocentrismo, se empieza a pensar en la magia como en un arte que, aunque secreto, misterioso y hermético, puede ser aprendido por cualquier persona que tenga acceso a ella.

La evolución científica de los siglos posteriores, abrirá caminos inéditos a la imaginación, creando nuevas esperanzas y nuevos miedos.

Con Mary Shelley se inaugura decididamente otra etapa de este proceso.

La gran aceleración de descubrimientos en los campos científicos y tecnológicos, especialmente en la Inglaterra del siglo xix, da la impresión que las fronteras de las capacidades del ser humano se han alargado enormemente. Y si por un lado esto exalta el ego universal, empujándolo hasta convencerle de haber adquirido un estatus casi divino (o de “moderno Prometeo”), por otro lado, el no poder ver los límites de estas fronteras o más bien el verlas perderse en la oscuridad, produce miedos hasta entonces desconocidos.

Frankenstein es la manifestación más patente de estos miedos. Ya no hay criaturas mitológicas sobrehumanas que gobiernen las leyes del mundo, sino monstruos que proceden directamente de nosotros.

Marty Feldman as "Igor". Young Frankenstein. (1974)
Marty Feldman as “Igor”. Young Frankenstein. (1974)

Es el otro lado de la moneda del “progreso” que conlleva interrogativos éticos. ¿Tenemos que seguir por ese camino? ¿Nos estamos poniendo en el lugar de Dios? Etc.

Este cambio de paradigma es posible solo a partir de ese momento, cuando el “científico Frankenstein” abandona su pasión por la filosofía natural de sus antepasados (Agripa, Paracelso) para dedicarse completamente a la nueva ciencia.

El mayor problema es que a pesar de las “buenas intenciones” por parte del científico, el “descubrimiento” se le puede escapar de las manos, («Créeme Frankenstein, yo era bueno…», dice el monstruo a su creador) y volverse en contra suyo: «Sois mi creador pero yo soy tú amo. ¡Obedéceme!»

Godzilla. (1954)
Godzilla. (1954)

Sin embargo, a pesar de las preocupaciones, los descubrimientos científicos han seguido produciéndose a una velocidad siempre mayor y a cada resultado nuestros inconscientes han seguido creando una infinidad de nuevos mostruos.

Pensamos por ejemplo en los super-héroes estadounidenses de los años treinta o en los “Godzillas” japoneses, como resultados inmediatos o casi de los bombardeos atómicos.

O en los mas recientes protagonistas del cine de ciencia-ficción como Blade Runner y Terminator (la tecnología toma conciencia de si misma y se rebela a los seres humanos) o Artificial Intelligence (la tecnología desea ser amada por los seres humanos pero es rechazada).

Así que, en conclusión, parece ser que nuestros temores influyan activamente en la imaginación, tanto a nivel individual como colectivo, en un proceso que podríamos denominarcreatividad del miedo”.

¿Cuál será el próximo monstruo?

curie garson

Marie Curie Superstar

Cuando pensamos en Marie Curie nos viene a la mente el mito de una mujer extraordinaria que, sola contra el mundo y con pocos recursos, llegó a ganar dos premios Nobel.

Sin embargo, una reciente publicación de sus escritos privados revela que la realidad de Marie Curie era mucho más compleja que su mito, el cual, se fue de todos modos perpetrando de manera intencional y sistemática.

Que quede claro, Marie Curie ERA una científica extraordinaria y una trabajadora infatigable, no obstante, más allá  de sus indiscutibles méritos en el campo de la ciencia, si logró éxito fue gracias también a una considerable capacidad organizativa y a un talento particular en crear relaciones sociales.

A lo largo de su vida pudo contar siempre con la ayuda y el soporte de su familia. Cuando se casó, ella y su marido organizaron el tiempo de manera que se pudiesen concentrar casi exclusivamente en el trabajo y la familia, dejando fuera todo lo superfluo. Además fueron capaces de crear una red de colaboraciones con personalidades ricas e influyentes, como emprendedores y políticos, sin los cuales no habrían podido seguir adelante con sus experimentos. Incluso después de la trágica muerte del marido, la Marie Curie científica fue siempre acompañada por la Marie Curie emprendedora.

Parecería razonable pues pensar que todas estas habilidades deberían estar reflejadas, de alguna manera, en su biografía o en la composición de su historia. Sin embargo, como es posible comprobar a través de la literatura, del cine y los demás medios que se han ocupado de ella, todo esto queda ocultado, en favor del mito de la self-made woman.

¿Por qué?

Mientras me hacía esta pregunta me vino a la memoria un libro que leí hace un par de años. Se trataba de Outliers de Malcolm Gladwell, un periodista estadounidense que, en su obra, investigó las características comunes subyacentes a los personajes extraordinarios: artistas, músicos, escritores, deportistas, (o científicos como Marie Curie), que destacan por sus excepcionales talentos y se convierten en “estrellas” en sus respectivos campos.

En general, la imagen que tenemos de estos personajes es, como decía antes, la del “hombre que se hace a si mismo”, de una persona que ha llegado al éxito utilizando únicamente sus propias sobresalientes capacidades, añadiendo quizás a este destino ya marcado, una pizca de ambición y otra de suerte.

Sin embargo Gladwell llega a la conclusión que estos individuos nunca habrían llegado donde han llegado sin unas condiciones particulares.

Entre estas condiciones destacan: el momento histórico en el cual ha nacido, el entorno (cultural, social, familiar) donde la persona ha crecido; algunas “coincidencias” que le hacen conocer a la gente adecuada, en el lugar apropiado y en el momento oportuno; y, por último, la oportunidad de poder dedicar mucho tiempo a desarrollar sus habilidades (unas 10.000 horas sería lo ideal, según Gladwell).

El autor sostiene sus conclusiones mediante el estudio de casos como el de los Beatles (que entre 1960 y 1964, aún desconocidos, tuvieron la oportunidad de tocar casi 1200 veces en un local de Hamburgo ) y el de Bill Gates (que estudió en la prestigiosa escuela privada de Lakeside, el primer instituto americano en tener la posibilidad de alojar un ordenador, al cual en jovencito Bill tuvo acceso casi ilimitado).

Además comparó las vidas y destinos  de J. Robert OppenheimerChristopher Langan, ambos considerados hombres de una inteligencia excepcional, pero cuyos entornos los llevaron en direcciones opuestas: padre de la bomba atómica el primero, y gorila de discoteca el otro.

Comparando las vidas de los personajes descritos por Gladwell y la vida de Marie Curie, podemos comprobar que ella también encaja en el marco propuesto: se ha beneficiado de una serie de condiciones, de relaciones y de un entorno que, a lo largo de su vida le han permitido desarrollar plenamente sus habilidades, las cuales, a su vez, han sido empleadas en su máximo potencial.

De hecho, me pregunto que habría sido de Marie Curie (o de los Beatles, o de Bill Gates), si su mito hubiese sido realidad.

De hecho, me pregunto si los mitos del american dream o del self-made man pueden existir en absoluto.

Salto a otro recuerdo. De chico solía hacer bromas con mis amigos sobre las estrellas del cine o de la música, porque me parecía que sus “biografías” se asemejasen todas demasiado. Eran más o menos así:

La futura estrella nace en un entorno pobre y desfavorecido. Tiene que espabilarse muy pronto, a menudo prueba drogas y alcohol, y duerme en habitaciones de moteles angostas y sucias, PERO llega un momento en el que se conoce que tiene un primo, un amigo o alguien que es muy famoso y que le proporciona la (única?) oportunidad de “ser descubierto” y de empezar su ascenso en el mundo de las celebridades. Con mis amigos, nos divertíamos fingiendo entrevistas. Una de las más exitosa era la de la rock star.

“Mis padres no tenían nada. A los doce años vi por primera vez una guitarra en un mercadillo de segunda mano. Sabía que era mi destino pero costaba diez dólares y mi madre dijo que no nos la podíamos permitir. Entonces trabajé en una tienda de (inventarse tipo de tienda) cada tarde después de la escuela y en un mes (?) acumulé el dinero, volví al mercadillo y me la compré. Pasaba todo el día con la guitarra, la escuela ya no me interesaba. Mi padre, desesperado, estaba convencido que me habría muerto a un lado de la calle, solo, sin educación y sin un duro. Luego, a los dieciocho años, mi primo Eric Clapton me pide de acompañarle a una fiesta. Tocamos un par de temas juntos, su productor se enamora de mi y me hace un contrato. !No me lo podía creer!”

Aunque esta en particular es un invento, existen decenas de historias similares y todas me suenan falsas. Somos animales sociales y muchos son los factores que influyen en el éxito o fracaso de una persona.

Entonces ¿De dónde surge la exigencia de crear estos mitos? ¿es una necesidad humana? o ¿es tan solo un estratagema para exaltar el individualismo?. ¿No sería más ventajoso subrayar la importancia fundamental que las relaciones sociales y la cooperación aportan al éxito de cada uno?

Sospecho que la necesidad de nuestra sociedad actual de crear/criar mitos individualistas sea necesaria a su propia supervivencia. Por una parte es el divide et impera imprescindible para que una sociedad del hiperconsumo pueda perpetuarse indefinidamente. Por otra parte, como afirma Xavier Roqué, profesor de Historia de la Ciencia en la Universidad Autónoma de Barcelona y autor de la introducción a los “Escritos biográficos” de Marie Curie, la construcción de un mito tan idealista e inalcanzable, en vez de estimular la imitación, resulta frustrante y condena a la mediocridad y a la renuncia.

Al pensarlo bien, no hemos cambiado mucho de la actitud de civilizaciones como la griega y la romana que, por un lado elevaban la figura femenina a diosa o por otro denegaban cualquier derecho a las mujeres de aproximarse a tan solo un fragmento de ese modelo ideal.

 

P.D. No para de asombrarme la puntualidad con la cual, ocupándose uno de un tema concreto, empiezan a manifestarse sugerencias e informaciones sobre dicho tema, emergiendo casi desde la nada. Por ejemplo acabo de leer un trozo de la Vida Líquida de Zygmunt Bauman que podría contestar a algunas de las preguntas de arriba.

“El funcionamiento del mercado de consumo desafía la lógica, pero no la lógica de la inherentemente aporética lucha por la individualidad. Un anuncio como «Sé tú mismo, bebe Pepsi» recuerda esa aporía con una franqueza que la mayoría de los consumidores potenciales del producto agradecerán y por la que se sentirán agradecidos. La lucha por la singularidad se ha convertido actualmente en el principal motor tanto de la producción en masa como del consumo de masas.”

 

 

 

Imagen de portada: Foto de escena de la película Madame Curie, protagonizada por Greer Garson.

todoesunremix

Darwin y el Rey Mono.

Partiendo de una pequeña reflexión sobre la Origen de las especies de Charles Darwin y de todos los factores que contribuyeron a su creación, me preguntaba alrededor del concepto de “originalidad”. ¿Existen ideas (científicas, filosóficas, literarias, artísticas etc.) que pueden ser consideradas absolutamente originales?

Hace unos días vi el documental Todo es un remix. En él se argumenta que no hay producto cultural original sino que todo es el resultado de copia, transformación y combinación. Para respaldar esta tesis el autor parte de una pequeña explicación sobre el origen de la vida, que se remonta a unos tres mil quinientos millones de años con la aparición de un organismo llamado LUCA (Last Universal Common Ancestor) que, copiándose y transformándose a sí mismo, da origen a todo lo que existe. Después, el documental sigue comparando por analogía genes y memes (una idea procedente de Richard Dawkins) y afirmando que también los memes (“unidades teóricas de información cultural transmisibles de un individuo a otro”, según Wikipedia) se duplican, se trasforman y se combinan entre si, dando lugar a adquisiciones culturales.

Me parece una hipótesis interesante que explicaría también (aparece en el documental y es una conclusión obvia) el fenómeno de la simultaneidad de los descubrimientos a lo largo de la historia, estudiado entre otros por el antropólogo  Leslie White [1]

Toda esta introducción me sirve para intentar contestar a dos preguntas: ¿En qué sentido se puede hablar de la evolución como teoría? y ¿Es Darwin el único autor?

Por lo dicho anteriormente ya se pueden intuir las respuestas. Darwin pasó muchos años recogiendo información mediante viajes, observaciones, lecturas, estudios, experimentos. Absorbió “memes” que luego transformó y combinó (pensamos en la influencia de la obra de Malthus o de sus estudios de geología) para generar su propia visión.

Si adoptamos la postura del documental podríamos decir que la teoría de Darwin también sigue el patrón de copia, transformación y combinación y que esta “elaboración” produce algo nuevo y extraordinario.

En este sentido se puede afirmar que Darwin no es el único autor de la teoría evolutiva aunque es cierto que sin su aportación y su mirada, no habría existido de esa forma.

Darwin cosechó las ideas sobre el cambio y la generación espontánea de Buffon y Lamarck, utilizó los estudios morfológicos sobre esqueletos y fósiles de Cuvier, comprobó las conclusiones de la obra de Chambers, adaptó, como comentaba antes, la teoría sociológica de Malthus y se alimentó de la gran aportación de informaciones e ideas que le proporcionaba su imponente intercambio de correspondencia. Ese último punto me parece de gran importancia a la hora de considerar como se produce una obra cultural e intelectual.

Ese constante flujo de información que llega a todos los rincones del mundo, a miles de personas y que se retroalimenta a sí mismo, me hace pensar en un antepasado de Internet o, más específicamente, de Wikipedia, donde las ideas son compartidas, pueden ser modificadas, mejoradas y dar lugar a otras ideas. Lo que me permite volver al punto de partida. Al documental, a las teorías de Dawking [2], a LUCA, a los memes y a la producción cultural.

En lingüística, hablando del título de una obra, se distingue entre temático, cuando el título es descriptivo del tema de la obra, y remático, cuando el título incluye en sí mismo la estructura de la obra, es decir, cuando nos cuenta algo sobre la naturaleza de la obra misma. Pues me pregunto si la teoría de Darwin en sí misma (volviendo a la analogía entre genes y memes, y considerado todo lo dicho anteriormente) nos podría decir algo sobre su propia origen y, por lot anto, ser considerada in toto, remática.

Es un poco lo que estoy haciendo yo ahora, con mi pequeña reflexión, cogiendo de recuerdos, de estudios pasados, de lecturas recientes, de clases de antropología e historia de la ciencia, de videos mirados en Youtube, de consultas en Wikipedia y charlas con amigos…

…Todo es un remix!


1. “White discutió lo que se llamaba entonces la «teoría de la historia del gran hombre», la idea de que los individuos particulares eran responsables de los grandes descubrimientos y cambios de época. En su lugar, White dirigía su mirada a la constelación de fuerzas culturales que producían grandes individuos. Durante ciertos períodos históricos, como el Renacimiento, las condiciones eran muy propicias para la expresión de la creatividad y la grandeza, y florecía el genio individual. En otros momentos y lugares, pudiera haber habido igualmente muchas grandes mentes, pero la cultura no favorecía su expresión. Como prueba de esta teoría White señalaba la simultaneidad del descubrimiento. Varias veces en la historia de la humanidad, cuando la cultura está preparada para ello, gente trabajando de forma independiente en diferentes lugares ha dado con la misma idea o logro revolucionario. Como ejemplos se incluyen la formulación de la teoría de la evolución a través de la selección natural por Charles Darwin y Alfred Russel Wallace, el redescubrimiento de la genética mendeliana por tres científicos separados en 1917, y la invención independiente del vuelo por los hermanos Wright en Estados Unidos y Santos Dumont en Brasil. “ C.P. Kottak, Introducción a la antropología social y cultural , Appendix.

2. “La tesis más importante de Dawkins es que los rasgos culturales, o memes, también se replican. Por analogía con la agrupación genética en los cromosomas, se considera que los memes también se agrupan en dimensiones culturales, incrementables con nuevas adquisiciones culturales. La gran diferencia es que, mientras los cromosomas son unidades naturales independientes de nuestras acciones, las dimensiones culturales son nuestras construcciones. Así, la cultura no es tanto un conjunto de formas conductuales, sino más bien información que las especifica.” Wikipedia.

capitalismo

CHE BELLA LA MIA CULTURA

Che bella la mia cultura, moderna e tecnologica, mi offre tutto quello che desidero e, per non farmi stancare, mi dice anche cosa desiderare.

Che bella la mia cultura che produce, produce e produce.

Sembra che le cose che produce non servano, ma vedrai che in poco tempo non saprai più farne a meno.

Che bella la mia cultura che per produrre cose che non servono che però poi non puoi più farne a meno, ha bisogno di materie prime. E allora le prende da un’altra parte dove ci sono altre culture. Ma non chiede permesso, le prende e basta, tanto quelle culture, dice, non sono belle e non contano un cazzo.

Che bella la mia cultura che alle culture che non sono belle e che non contano un cazzo dice: anche voi volendo, potete diventare belle come me. È molto semplice. Prendo le vostre materie prime, ve le pago una miseria, ci faccio le cose che non servono ma che poi non puoi più farne a meno e ve le porto, così le desiderate anche voi. Mi date mille volte quello che io ho pagato a voi e se non avete soldi pazienza, vi faccio credito con un “piccolo” interesse.

Che bella la mia cultura che svende il pubblico al privato, che lo rivende al pubblico a prezzo decuplicato. Ma il pubblico non lo può pagare e vende debito al privato che ora ha il pubblico, il credito e lo chiama libero mercato.

Che bella la mia cultura. Siccome non ha spazio per coltivare la terra perché l’ha ricoperta di cemento, devasta foreste e savane. Ogni tanto ci trova qualche altra cultura bruttina, che sicuramente non conta un cazzo e le offre due spicci per levarsi dai coglioni. Ma la cultura bruttina non sa che farsene dei soldi e non ha altro posto dove andare. E allora la mia bella cultura ci passa su con la ruspa e crea tanti bei quadratoni di monocoltura.

“Prima era tutto caotico e selvaggio e ora guarda che bei quadratoni ordinati”, dice la mia bella cultura.

Ma è nella diversità che si trova la ricchezza, questa terra muore con un solo tipo di coltivazione”, risponde la bruttina.

“Zitta e lavora!”

E le dà dei bei semini dai colori brillanti. Dice che c’hanno anche i pesticidi incorporati e che valgono solo una volta, così l’anno successivo li devono ricomprare.

Che bella la mia cultura che si occupa sempre e solo di aumentare il Prodotto Interno Lordo. Però a me, a dirla tutta, Prodotto Interno Lordo suona un po’ come una perifrasi per non dire “merda“. Tipo: “Vado un attimo in bagno ad espellere il mio prodotto interno lordo.”

Che bella la mia cultura, potrei parlarne all’infinito, però ogni tanto per curiosità, vorrei poterla cambiare. Perché il bello di una cultura bella è essere liberi di poterla creare.

E noi siamo liberi.

No?

cumulous brand by Dietrich Wegner
Cumulous Brand by Dietrich Wegner. Please visit his website.

P.S.: Per cultura, in questo caso, intendo quel modello sociale-economico che si è diffuso nei “paesi industrializzati” classici a partire dal XIX secolo e che ora sta prendendo piede nelle cosiddette “nuove economie”.

Per poter riflettere e approfondire alcuni aspetti della nostra meravigliosa cultura, vi lascio qua sotto alcuni link di articoli e documentari molto interessanti.

pendolo di foucault

IL PENDOLO

Il pendolo si muove tra due estremi.

Nell’istante preciso in cui ne raggiunge uno, già comincia il suo viaggio verso l’estremo opposto.

E viceversa.

Così funziona anche il nostro respiro.

L’apice dell’inspirazione è già l’inizio dell’espirazione.

E viceversa.

Così è la nostra esistenza.

Nell’istante in cui nasciamo già inizia il nostro viaggio verso la morte.

E viceversa.

Siamo abituati a dividere il giorno dalla notte, ma sappiamo bene che si tratta di un unico processo, costante e inscindibile.

È il dualismo, il fraintendimento più grande che ci porta a considerare come due unità distinte, aspetti di un unico fenomeno. Un equivoco percettivo che ci accompagna da secoli. Come se un braccio destro o sinistro potessero esistere per se stessi, fuori dal corpo; come se esistesse una linea netta di demarcazione tra Nord e Sud.

Sappiamo bene che una sfera non ha soluzione di continuità.

L’altro giorno mentre riflettevo su questo concetto, mi sono imbattuto in un testo, un’altra magica coincidenza, come l’avrebbe chiamata il professor Primavera.

Il testo appartiene all’antropologo C.P. Kottak, che riassume così il pensiero del padre dello strutturalismo Claude Levi-Strauss secondo il quale:

“…un aspetto universale della classificazione è l’opposizione o contrasto. Sebbene molti fenomeni siano continui anziché discreti, la mente, dovuto alla sua necessità di imporre ordine, li tratta come se fossero più diversi di quello che sono. Uno dei mezzi più comuni di classificazione è l’uso di opposizioni binarie. Buono e cattivo, bianco e nero, vecchio e giovane, alto e basso sono opposizioni che, secondo Levi-Strauss, riflettono la necessità universale umana di convertire le differenze di grado in differenze di classe…”

Una necessità umana.

Come mai una necessità umana si oppone alla natura delle cose? Perché la nostra mente ha bisogno di classificare, inscatolare, etichettare, produrre differenze e discriminazioni là dove esistono solo diverse sfumature di un unico fenomeno?

La mente produce illusioni, deviando di continuo la nostra attenzione sugli estremi, mentre la vita è un unico, incessante viaggio pendolare.

Immagine di copertina: Pendolo di Foucault.

camera vuota

SOGNO PARLAMENTARE

L’altro giorno stavo passando al computer la trascrizione di sogni fatti tempo fa. È un esercizio in cui mi cimento ogni tanto e che mi fu suggerito durante un corso di scrittura creativa gratuito online. (lascio il link nel caso foste interessati, il corso è tuttora attivo.)

Ma non è questo l’importante. A un certo punto mi sono imbattuto in un sogno che feci il 10/10/2010. Vista l’attuale situazione politica e la tempistica, mi è sembrato molto curioso e così ho deciso di pubblicarlo.

Lo riporto così come l’ho trascritto, senza aggiunte o correzioni.

In un aula parlamentare (o di tribunale) si vota la maggioranza. Il governo ce la fa con l’apporto dei Finiani. Grillo comincia a parlare  del fallimento della democrazia etc. Io intanto scendo le scale e lo raggiungo. Gli chiedo se posso interromperlo solo per due minuti. Mi siedo al tavolo dell’opposizione, dove, opposti a me ci sono Veltroni, Prodi e un altro paio di pseudo-sinistra. Comincio a dire: “Sono contento che il governo non sia caduto.” Sdegno. “ Non avrei voluto che il governo cadesse per colpa di Finiani, ma non per i Finiani in sé, non è che ce l’abbia con loro, ma per colpa di questa sinistra che è inutile e impotente. Se la giocano sempre dall’altra parte (la destra). Si fanno le scarramucce.”

E qui comincio a fare una vocina idiota:

“Ehi tu, mi sono rotto, me ne vado! Ma no dai, ti do questo poi tu mi dai quello, avanti, rimani, ci aggiustiamo dopo” ( e varie cazzate di questo genere, non era proprio cosí.)

“Mentre qui che fate?” proseguo, “Siete inutili, non servite a niente, non avete voce in capitolo.”

E questa volta mi giro e guardo in faccia i capi della sinistra. “Siete inutili, mi fate venire il magone.”

E mi sento singhiozzare.

E anche Prodi scoppia a piangere.

Ho fatto piangere Prodi!

alvaro ibarra irak

STUPIDO

Stupido l’estremo saluto.

Stupida la marcia funebre.

Stupida la banda che accompagna i soldati.

Stupide le parate e

Stupide le uniformi.

Stupidi i petti che si gonfiano

Avvolti in una stupida bandiera

Stupidi i sospiri delle mogli

E stupidi i gagliardetti

Agitati dai figli

Stupide le trombe all’alba

E le sirene di notte

Stupido l’orgoglio anzi,

direi proprio infantile

Stupide le medaglie

con tutti gli onori

Stupida la patria

Anche perché non esiste.

Esiste la terra

e il sangue

Che stupidi non sono.

Cover photo by Alvaro Ibarra. Check out his amazing work.
René Magritte. Decalcomania.

LA GEMMA E IL LETAME

Il nostro scopo nella vita è di scavare nel fango e nel letame per scoprire quella piccola gemma nascosta in ognuno di noi.

È il nostro potenziale. la nostra vera natura.

Per farlo c’è bisogno di:

a)  Essere coscienti di avere una gemma nascosta.

b)  Iniziare a scavare.

c)  Avere infinita pazienza e determinazione perché la gemma è piccola piccola e la merda è tanta.

Idee, Storie e Riflessioni…dal bancone del mio caffé virtuale

ilblogdelbasilico

diario di una traPiantata a Barcellona

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El primer blog d'història de la veterinària amb 5 anys de vigència ininterrompuda

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Blog che raccoglie i dati sui pagamenti ricevuti dai lavoratori dell'editoria

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Follie, illusioni, disincanti, immagini e parole.

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