capitalismo

CHE BELLA LA MIA CULTURA

Che bella la mia cultura, moderna e tecnologica, mi offre tutto quello che desidero e, per non farmi stancare, mi dice anche cosa desiderare.

Che bella la mia cultura che produce, produce e produce.

Sembra che le cose che produce non servano, ma vedrai che in poco tempo non saprai più farne a meno.

Che bella la mia cultura che per produrre cose che non servono che però poi non puoi più farne a meno, ha bisogno di materie prime. E allora le prende da un’altra parte dove ci sono altre culture. Ma non chiede permesso, le prende e basta, tanto quelle culture, dice, non sono belle e non contano un cazzo.

Che bella la mia cultura che alle culture che non sono belle e che non contano un cazzo dice: anche voi volendo, potete diventare bella come me. È molto semplice. Prendo le vostre materie prime, ve le pago una miseria, ci faccio le cose che non servono ma che poi non puoi più farne a meno e ve le porto, così le desiderate anche voi. Mi date mille volte quello che io ho pagato a voi e se non avete soldi pazienza, vi faccio credito con un “piccolo” interesse.

Che bella la mia cultura che svende il pubblico al privato, che lo rivende al pubblico a prezzo decuplicato. Ma il pubblico non lo può pagare e vende debito al privato che ora ha il pubblico, il credito e lo chiama libero mercato.

Che bella la mia cultura. Siccome non ha spazio per coltivare la terra perché l’ha ricoperta di cemento, devasta foreste e savane. Ogni tanto ci trova qualche altra cultura bruttina, che sicuramente non conta un cazzo e le offre due spicci per levarsi dai coglioni. Ma la cultura bruttina non sa che farsene dei soldi e non ha altro posto dove andare. E allora la mia bella cultura ci passa su con la ruspa e crea tanti bei quadratoni di monocoltura.

“Prima era tutto caotico e selvaggio e ora guarda che bei quadratoni ordinati”, dice la mia bella cultura.

Ma è nella diversità che si trova la ricchezza, questa terra muore con un solo tipo di coltivazione”, risponde la bruttina.

“Zitta e lavora!”

E le dà dei bei semini dai colori brillanti. Dice che c’hanno anche i pesticidi incorporati e che valgono solo una volta, così l’anno successivo li devono ricomprare.

Che bella la mia cultura che si occupa sempre e solo di aumentare il Prodotto Interno Lordo. Però a me, a dirla tutta, Prodotto Interno Lordo suona un po’ come una perifrasi per non dire “merda“. Tipo: “Vado un attimo in bagno ad espellere il mio prodotto interno lordo.”

Che bella la mia cultura, potrei parlarne all’infinito, però ogni tanto per curiosità, vorrei poterla cambiare. Perché il bello di una cultura bella è essere liberi di poterla creare.

E noi siamo liberi.

No?

cumulous brand by Dietrich Wegner

Cumulous Brand by Dietrich Wegner. Please visit his website.

P.S.: Per cultura, in questo caso, intendo quel modello sociale-economico che si è diffuso nei “paesi industrializzati” classici a partire dal XIX secolo e che ora sta prendendo piede nelle cosiddette “nuove economie”.

Per poter riflettere e approfondire alcuni aspetti della nostra meravigliosa cultura, vi lascio qua sotto alcuni link di articoli e documentari molto interessanti.

About these ads
pendolo di foucault

IL PENDOLO

Il pendolo si muove tra due estremi.

Nell’istante preciso in cui ne raggiunge uno, già comincia il suo viaggio verso l’estremo opposto.

E viceversa.

Così funziona anche il nostro respiro.

L’apice dell’inspirazione è già l’inizio dell’espirazione.

E viceversa.

Così è la nostra esistenza.

Nell’istante in cui nasciamo già inizia il nostro viaggio verso la morte.

E viceversa.

Siamo abituati a dividere il giorno dalla notte, ma sappiamo bene che si tratta di un unico processo, costante e inscindibile.

È il dualismo, il fraintendimento più grande che ci porta a considerare come due unità distinte, aspetti di un unico fenomeno. Un equivoco percettivo che ci accompagna da secoli. Come se un braccio destro o sinistro potessero esistere per se stessi, fuori dal corpo; come se esistesse una linea netta di demarcazione tra Nord e Sud.

Sappiamo bene che una sfera non ha soluzione di continuità.

L’altro giorno mentre riflettevo su questo concetto, mi sono imbattuto in un testo, un’altra magica coincidenza, come l’avrebbe chiamata il professor Primavera.

Il testo appartiene all’antropologo C.P. Kottak, che riassume così il pensiero del padre dello strutturalismo Claude Levi-Strauss secondo il quale:

“…un aspetto universale della classificazione è l’opposizione o contrasto. Sebbene molti fenomeni siano continui anziché discreti, la mente, dovuto alla sua necessità di imporre ordine, li tratta come se fossero più diversi di quello che sono. Uno dei mezzi più comuni di classificazione è l’uso di opposizioni binarie. Buono e cattivo, bianco e nero, vecchio e giovane, alto e basso sono opposizioni che, secondo Levi-Strauss, riflettono la necessità universale umana di convertire le differenze di grado in differenze di classe…”

Una necessità umana.

Come mai una necessità umana si oppone alla natura delle cose? Perché la nostra mente ha bisogno di classificare, inscatolare, etichettare, produrre differenze e discriminazioni là dove esistono solo diverse sfumature di un unico fenomeno?

La mente produce illusioni, deviando di continuo la nostra attenzione sugli estremi, mentre la vita è un unico, incessante viaggio pendolare.

Immagine di copertina: Pendolo di Foucault.

camera vuota

SOGNO PARLAMENTARE

L’altro giorno stavo passando al computer la trascrizione di sogni fatti tempo fa. È un esercizio in cui mi cimento ogni tanto e che mi fu suggerito durante un corso di scrittura creativa gratuito online. (lascio il link nel caso foste interessati, il corso è tuttora attivo.)

Ma non è questo l’importante. A un certo punto mi sono imbattuto in un sogno che feci il 10/10/2010. Vista l’attuale situazione politica e la tempistica, mi è sembrato molto curioso e così ho deciso di pubblicarlo.

Lo riporto così come l’ho trascritto, senza aggiunte o correzioni.

In un aula parlamentare (o di tribunale) si vota la maggioranza. Il governo ce la fa con l’apporto dei Finiani. Grillo comincia a parlare  del fallimento della democrazia etc. Io intanto scendo le scale e lo raggiungo. Gli chiedo se posso interromperlo solo per due minuti. Mi siedo al tavolo dell’opposizione, dove, opposti a me ci sono Veltroni, Prodi e un altro paio di pseudo-sinistra. Comincio a dire: “Sono contento che il governo non sia caduto.” Sdegno. “ Non avrei voluto che il governo cadesse per colpa di Finiani, ma non per i Finiani in sé, non è che ce l’abbia con loro, ma per colpa di questa sinistra che è inutile e impotente. Se la giocano sempre dall’altra parte (la destra). Si fanno le scarramucce.”

E qui comincio a fare una vocina idiota:

“Ehi tu, mi sono rotto, me ne vado! Ma no dai, ti do questo poi tu mi dai quello, avanti, rimani, ci aggiustiamo dopo” ( e varie cazzate di questo genere, non era proprio cosí.)

“Mentre qui che fate?” proseguo, “Siete inutili, non servite a niente, non avete voce in capitolo.”

E questa volta mi giro e guardo in faccia i capi della sinistra. “Siete inutili, mi fate venire il magone.”

E mi sento singhiozzare.

E anche Prodi scoppia a piangere.

Ho fatto piangere Prodi!

alvaro ibarra irak

STUPIDO

Stupido l’estremo saluto.

Stupida la marcia funebre.

Stupida la banda che accompagna i soldati.

Stupide le parate e

Stupide le uniformi.

Stupidi i petti che si gonfiano

Avvolti in una stupida bandiera

Stupidi i sospiri delle mogli

E stupidi i gagliardetti

Agitati dai figli

Stupide le trombe all’alba

E le sirene di notte

Stupido l’orgoglio anzi,

direi proprio infantile

Stupide le medaglie

con tutti gli onori

Stupida la patria

Anche perché non esiste.

Esiste la terra

e il sangue

Che stupidi non sono.

Cover photo by Alvaro Ibarra. Check out his amazing work.
René Magritte. Decalcomania.

LA GEMMA E IL LETAME

Il nostro scopo nella vita è di scavare nel fango e nel letame per scoprire quella piccola gemma nascosta in ognuno di noi.

È il nostro potenziale. la nostra vera natura.

Per farlo c’è bisogno di:

a)  Essere coscienti di avere una gemma nascosta.

b)  Iniziare a scavare.

c)  Avere infinita pazienza e determinazione perché la gemma è piccola piccola e la merda è tanta.

Elicottero sperimentale

L’APPARECCHIO DELL’INGEGNER BELTRAME

L’ingegner Beltrame ha inventato un aereo che si autoalimenta. È un apparecchio meraviglioso, dice, che accumula energia di giorno e la rilascia a poco a poco di notte. Ricorda un po’ il processo di fotosintesi, dichiara, con evidente soddisfazione e con una luce bizzarra negli occhi che il giornalista avverte ma non riesce a decifrare.

Piovono le offerte da parte delle case di costruzione di aeromobili per accaparrarsi il brevetto. Sanno bene che il primo a metterci le mani dominerà il mercato.

L’ingegner Beltrame ha buttato via il telefono, non accende più il computer e quando passa davanti alla casella delle lettere produce una smorfia (un ghigno?) quantomeno enigmatica.

Un giorno l’ingegner Beltrame carica una discreta quantità di provviste e una piccola valigetta sul suo velivolo, chiude il portellone e decolla. Seguendo la linea immaginaria dell’equatore, vola verso ovest. Sempre verso ovest.

Più vola verso ovest più toglie ore al giorno a causa del fuso orario.

L’ingegner Beltrame ha scoperto il modo per tornare indietro nel tempo.

Forse un giorno atterrerà di nuovo e potrà finalmente riabbracciare sua moglie.

 
Immagine di copertina: Elicottero sperimentale di Enrico Forlanini. Scaricata dal sito Helico Passion
tiburtina2

PSR 6. Stazione Tiburtina 2: apparenze.

Stazione Tiburtina.

Su una delle panchine lungo il binario siede un ragazzo dall’aria del saputello. Occhialoni da vista, vestiti ordinati e qualche libro in grembo. Una coppia di anziani a braccetto gli passa davanti. La signora lo guarda e gli sorride con tenerezza e lui, gentile, ricambia il sorriso. La signora allora si rivolge al marito con fare compiacente.

“Che bravo giovanotto, se ne vedono sempre meno in giro.”

Il marito lancia uno sguardo distratto al ragazzo, annuisce ma senza convinzione, poi appoggia le valigie proprio accanto alla panchina e, insieme alla moglie, consulta la bacheca con gli orari. La signora infilza gli occhiali che teneva appesi al collo e muove l’indice lungo la vetrina in cerca del proprio treno. Il marito, abituato a lasciare certe faccende alla moglie, si guarda attorno, butta un occhio alle valigie, ma sia queste che il ragazzo occhialuto sono scomparsi.

Imperturbabile, torna a fissare la bacheca.

“Ne abbiamo perso un altro”, dice.

“Ma caro cosa dici? Il prossimo treno è fra mezz’ora”.

“Parlavo dei bravi ragazzi, cara”.

Cover Photo: Stazione Tiburtina by Compaifecundo

1a33af05bc3676b9d0a48b15204b3c63_medium

Cose di Amilcare: Agricantus

Ribloggato da BCN In The Box:

In occasione dell'uscita di Kuntamari, il nuovo album degli Agricantus, e della loro esibizione al C.A.T. di Barcellona, nell'ambito del festival "Cose di Amilcare", abbiamo intervistato Rosie e Tonj, membri storici del gruppo.

http://www.youtube.com/watch?v=7Mb9N80kTW4

Il concerto si terrà il 22 di ottobre al C.A.T. Travessia Sant Antoni 6-8, Metro Fontana.
Volkswagenr

IL MOVIMENTO

Da una parte c’è il movimento, caldo e pulsante. Dall’altra parte la stasi, fredda e rigida.

Forgiamo la nostra esistenza oscillando tra questi due elementi, pendendo ora di qua e ora di là.

Ma che cos’è il movimento se non il tratto caratterizzante della vita stessa? E cosa siamo noi se non pura azione. Anche quando crediamo di essere immobili, il nostro sangue scorre, il nostro respiro ciclico e continuo è una versione in scala ridotta del periodico mutare dei giorni e delle stagioni.

E il nostro cervello? Non è forse anch’esso in costante attività, una fucina permanente di pensieri, idee e immagini? Un flusso ininterrotto che va dalla lista della spesa al sogno più recondito.

Mi sembra quindi una conclusione logica che per abbracciare la vita nella maniera più piena possibile bisognerebbe, perdonatemi la ridondanza, muoversi in direzione del movimento.

Promuovere l’esercizio fisico, incoraggiare il pensiero e il ragionamento, facilitare gli spostamenti e i viaggi.

E allora perché abbiamo orientato la nostra società verso l’estremo opposto?

Abbiamo creato milioni di posti di lavoro che consistono nello stare seduti davanti a un monitor. Creato prodotti ed instillato consuetudini che di fatto appiattiscono l’attività cerebrale (un cervello piatto è molto più facile da calpestare). Abbiamo tracciato confini e frontiere, costruito dogane e barriere, emesso passaporti, visti, permessi di soggiorno, certificati di residenza e di domicilio; insomma, abbiamo innalzato ogni ostacolo possibile al movimento e alla circolazione di idee ed individui.

Perché?

La nostra società attuale potrebbe sopravvivere se, ad esempio, permettesse il libero movimento delle persone?

Credo proprio di no.

Perché col movimento non è possibile il controllo. Non avere residenza, muoversi liberamente da un punto all’altro del globo come le antiche civiltà nomadi significa non poter essere reperibili. Significa essere una saponetta bagnata nelle mani del sistema. Significa crollo delle barriere, inutilità dei confini, inconsistenza di termini come identità nazionale. Significa in definitiva sgretolamento del senso stesso di stato, la cui origine etimologica mi sembra autoesplicativa. Se uno stato non sta, non esiste. Immaginarlo soltanto fa venire il mal di testa a secoli di organizzazione sociale. Eppure mi sembra l’unica utopia in cui possa abitare veramente il termine “libertà”.

In un mondo fatto solo di caravan, carrozze e treni in movimento, non avrebbe più senso dire: “Dove risiedi? Dove ti spedisco le bollette? L’estratto conto? La dichiarazione dei redditi”

Eppure a pensarci bene, avrebbe ancora senso dire:

“Vieni a casa mia?”

Cover photo: Volkswagen Microbus Art.