Mettendo in ordine

Sono sommerso dagli scatoloni. Quando si apre un locale nuovo è inevitabile. Lupus si sta divertendo un mondo ad aprirli o per meglio dire, a rovesciarli in mezzo alla sala, mentre Sidro, che non si schioda mai dal bancone, si è impadronito di una sola scatola, e con la solita flemma, ne analizza il contenuto minuziosamente, un oggetto alla volta.
C’è veramente di tutto. Racconti, poesie, disegni, citazioni, frasi lasciate a metà, cancellate, riscritte, ricancellate. Ci sono anche lunghe riflessioni sull’essere umano, sulla religione, sulla politica, sulla natura, sull’amore. Alcune sono ingenue, quasi innocenti nella loro spontaneità, altre sono rabbiose, altre disperate, altre più meticolose e ragionate, altre divertenti.
Rileggendole a distanza di tempo, mi sono accorto di una certa somiglianza, attinenza o a volte addirittura coincidenza di concetti e parole, con letture che avrei fatto solo in seguito. Letture, che a loro volta presentano connessioni e relazioni tra loro, sebbene appartengano a generi ed autori di epoche, culture e nazionalità diverse. E non succede solo con i libri. Mi è capitato anche con articoli di giornale, film, canzoni, spettacoli teatrali e conversazioni con amici o sconosciuti. Incuriosito da queste “strane coincidenze”, ho cominciato ad indagare, approfondendo le mie letture e mi sono reso conto che esiste un filo sottile che unisce le nostre esistenze, un filo senza tempo, una “verità” al di la della “realtà” che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno, o se vogliamo una “realtà più reale”. Un po’ come se il nostro mondo cosciente fosse un sottoinsieme di un insieme più grande, che non riusciamo a percepire se non raramente…
Ma avverto di non essere ancora pronto a parlare di tutto questo, anche perché Lupus ha scoperto un Cubo di Rubik in miniatura, che giaceva in uno degli scatoloni già aperti, e come un bambino a cui è stato regalato un giocattolo nuovo, si è dimenticato di tutto il resto, lasciando il Caffè nel caos totale.
Sidro è sempre immerso nell’analisi scrupolosa della sua scatola, ma noto solo ora che il suo braccio sinistro è sollevato e puntato verso di me… e segue ogni mio movimento. Il foglio di carta che trattiene come se fosse un avviso di sfratto richiede la mia attenzione. Glielo sottraggo e leggo.
Ah, quanti anni che non la vedevo!
È la mia prima poesia e sicuramente una delle prime cose che ho scritto. Non sono un poeta e solo in rare, particolari condizioni mi cimento nello scrivere versi, un po’ come tutti, quando si è innamorati o malinconici. Mi fa sorridere rileggerla, come quando si guarda una foto della propria infanzia e ci si diverte a commentare la propria goffaggine, i vestiti buffi, le smorfie ebeti, il taglio di capelli antiquato. E per una volta non si prova alcuna vergogna e nessun imbarazzo a mettersi in ridicolo, anzi, si riveste il tutto con un sottile velo di nostalgia.
Il caos del caffè può aspettare, posso iniziare a mettere ordine da qui.

9 GENNAIO

Egli vagava guardava e sognava
La sua notta era scesa e il silenzio regnava
Dipinto di nero ma rosso era dentro
Coi piedi gelati ardeva il suo cuore
È una poesia o un canto d’amore?
Forse è lo stesso di tanto si muore

Può fare la rima con ogni parola
Non è sua intenzione gli viene da sola

Ora basta lo ammetto ho un po’ esagerato
Son io che ho guardato vagato e sognato

Allora ha sbagliato non è più poesia
Che importa c’è buio che sia quel che sia…

Lei stava seduta e il ritmo ora cede
Dicevo sedeva alla finestra
Guardando la sera invadere la strada*

Ne mare, ne luna, sospiri o rugiada
Parole sottili ma troppo sfuggenti
Coi piedi per terra volava il suo cuore
Ma gli occhi son veri se il vero poi esiste

Crepuscolo, notte, alba e mattino
Il giorno si è fatto ma il silenzio rimane

Hai notato una cosa non c’è più la rima
Che importa se il canto è quello di prima

Sssssst!….

Volgi a me il tuo unico sguardo
ed io morirò per te

*Opening line of “Evelyn” a short story included in James Joyce’s “Dubliners”

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