Letargo

Escher

Me ne rendo conto solo ora, ma anch’io, al pari degli orsi, delle tartarughe e di numerosi altri animali, sono andato in letargo.

Ho abbandonato il caffè, ho lasciato i suoi due strambi ospiti al loro destino, ho fatto perdere le mie tracce, le ho fatte perdere anche a me stesso, tant’è che per mesi ho creduto di essere fermo, immobile, come immerso in un enorme vaso di gelatina trasparente.

Non potevo essere più lontano dalla verità.

Quando alla fine mi sono ritrovato, poco tempo fa a dire il vero, ho scoperto di non aver mai smesso di muovermi.

Ecco un breve resoconto delle mie attività:

Iniziai iscrivendomi all’Universitá, facoltá di Belle Arti. Avevo preso in considerazione anche Filosofia, ma sentivo il bisogno di concretezza, di manualitá: volevo imparare a fare. Mi immaginavo immerso nella creta, imbrattato di pittura a olio, intriso di materiali chimici per lo sviluppo della pellicola.

Nella mia visione non comparvero mai libri ed esami: si presentarono direttamente al momento di cominciare… e questo bastò.

Era un mondo che avevo già ampiamente visitato una volta e, per quanto affascinante, sentivo di non poter più avere a che fare con date, scadenze e tomi di manuali e appunti.

Ero diventato più istintivo e immediato, cercavo di dare ascolto molto di più ai sogni e i desideri, quelli che prendono forma quando sei ancora bambino e che non ti abbandonano mai fin quando non hai il coraggio di realizzarli.

A proposito, bisogna stare molto attenti con questi sogni. Piú passa il tempo, piú acquisiscono una volontà propria (forse perché stanchi di dipendere dalla nostra), bussano alla porta quando meno te l’aspetti, cogliendoti con la guardia abbassata, di soppiatto, spesso la notte, o magari la domenica mattina, come i testimoni di Geova. Non hanno fretta i perfidi. Sanno aspettare quei rari momenti in cui il cervello è sgombro dal traffico caotico degli impegni quotidiani, la maggior parte dei quali abbiamo creato apposta per sbarazzarci di loro.

Uno di questi sogni mi inseguiva fedele come un cane fin da quando avevo cinque o sei anni.

Imparare a suonare la batteria.

Perché no? Mai come in questo periodo della mia vita ero stato così privo di impegni, così libero di scegliere quale strada percorrere.

Cominciai a consultare scuole di musica, laboratori organizzati da collettivi, insegnanti privati. Piú mi addentravo nell’ambiente piú scoprivo mondi affascinanti. Perchè poi limitarsi alla batteria? Esistevano così tante opzioni. Potevo entrare a far parte di un gruppo di percussionisti che si esibivano nelle feste municipali, imparare a suonare il clarinetto come Woody Allen (vale a dire riuscendo a non sfigurare senza essere un virtuoso), oppure affinare la mia tecnica alla chitarra, orientandomi verso un genere specifico, magari il blues, abbordabile e divertente anche a livello di principiante.

Ma che stavo facendo?

Correvo dietro a futili impulsi infantili, prendendoli per basi di lancio di una realizzazione personale.

Ero alla ricerca di un nuovo percorso della mia esistenza, avevo proverbialmente lasciato la vecchia strada per la nuova, e mi ero già perso.

Ricominciai lentamente a riordinare le tessere del mosaico, soprattutto grazie a Laura.

Laura aveva da poco abbandonato il suo posto di lavoro “sicuro” in una grande casa farmaceutica, per potersi dedicare a qualcosa che la soddisfacesse veramente e aveva scoperto che questo “qualcosa” doveva in qualche modo combinare il suo interesse per la scienza dell’alimentazione con la sua volontà di poter essere di aiuto agli altri.

La Naturopatia possedeva entrambi i requisiti e, guarda caso, si poneva all’estremo opposto della sua occupazione precedente.

(Ho trovato su internet una definizione di Naturopatia che mi piace molto, eccola qui: Per naturopatia si intende l’insieme di metodi naturali per garantire e migliorare la qualitá della vita).

Io avevo abbandonato spesso il mio posto “sicuro”, anzi, si può dire che per qualche stramba ragione, la pratica di  rifuggire il comodo terreno della stabilità era diventata quasi una consuetudine. E forse proprio per questo, non approdavo mai a nulla di concreto.

Eppure, sentendo i discorsi di Laura, dovevo riconoscere che anche in me esisteva l’impulso a fare qualcosa di utile, a lasciare un contributo tangibile, anche se, nella mia considerazione poco edificante dell’essere umano, focalizzavo l’attenzione più verso l’ambiente e il mondo che mi circonda.

Che sia chiaro, non penso, come va molto di moda al momento, che la natura debba e tantomeno possa essere “salvata” o “protetta”. Questa è una mera illusione, da parte di chi ancora crede di occupare questa terra per dominare il mondo, un’allucinazione dogmatizzata dalla gran parte delle religioni istituzionali. Tutto ciò che possiamo fare, è tornare a vivere in maniera più equilibrata e simbiotica con la natura stessa in modo che essa decida di spazzarci via il più tardi possibile.

Una buona parte dell’umanità, se ne stava rendendo conto e l’idea di poter contribuire a che questa consapevolezza si estendesse il più possibile, mi entusiasmava.

Cominciai a ricercare corsi che avessero a che fare con ambiente ed ecologia: sfruttamento sostenibile del territorio, energia alternativa e rinnovabile, risorse idriche, protezione delle specie animali in via di estinzione, agricultura biologica, tecnologie per la produzione di materiali riutilizzabili al 100%, nuove tecnologie per lo smaltimento e il riciclaggio dei rifiuti, consumo sostenibile, politiche di risparmio energetico e così via, per innumerevoli pagine di ricerca elettronica.

Innumerevoli, per l’appunto.

Mi sentivo disorientato e confuso da tutte quelle opzioni. Ognuna cercava di portarmi dalla sua parte, ognuna mi tirava nella sua direzione, ma siccome tutte usavano la stessa forza, rimanevo fermo. Oltretutto, mi sentivo fortemente inadeguato. Nonostante il mio interesse, dovevo ammettere che partivo da zero, mentre tutti quei corsi richiedevano una preparazione previa per affrontare un ulteriore grado di specializzazione.

E così, nell’imbarazzo della scelta, non scelsi nulla.

Mi resi conto che dovevo puntare un po’ più in basso, affrontare l’argomento in maniera più generalizzata, per rompere il ghiaccio e poter decidere con più calma e conoscimento.

Ricominciai a spulciare gli annunci, prendendo in considerazione anche quelli più piccoli, che avevo tralasciato nella prima tornata. Uno di questi diceva:

“Piante sacre: un’investigazione sul loro ruolo sociale e religioso.”

Mi parve perfetto. Univa il mio più recente interesse verso il mondo naturale con la mia storica passione per l’antropologia, non era molto impegnativo, durava solo un paio di mesi e soprattutto era molto economico.

Aprii l’annuncio per annotare le modalità di iscrizione e tutto l’entusiasmo che avevo faticosamente recuperato si sgonfiò e si disperse come un palloncino bucato. L’annuncio era vecchio, tant’è che il corso era alla sua ultima settimana di svolgimento.

Sentivo il mio animo ingrigirsi come un campo di grano su cui sta per piombare un acquazzone.

Qualunque scelta facessi formava un circolo vizioso che mi riportava sempre allo stesso punto. Cominciai ad essere assalito dai dubbi.

Che ci facevo qui?

Perchè avevo abbandonato una città dove tutto sommato non mi mancava nulla, dove avevo un lavoro ben remunerato e in cui venivo apprezzato, dove ero riuscito ad eliminare le preoccupazioni, le ansie e dove tutto sommato vivevo tranquillamente?

Tornai in quella città, deciso a recuperare il vecchio lavoro, i vecchi amici e le vecchie abitudini. Ma una volta li, una volta riavutomi dalla sbornia fisica (delle innumerevoli pinte di birra) e metafisica (dei calici di ricordi e illusioni), cominciarono a riaffiorare gli stessi impulsi e le stesse sensazioni che in primo luogo avevano causato la mia partenza.

Mi ricordai perché me ne ero andato. Era per via di quel “tutto sommato” che ho scritto per ben due volte, due paragrafi più su. E stavo per ricadere nel tranello.

Non volevo vivere una vita “tutto sommato”, ma un’esistenza densa, piena e corposa, in accordo con la mia vera natura.

Già, ma qual era la mia vera natura?

Ero troppo immerso nella mia confusione per poter riconoscere la realtà. Forse, pensai, allontanandomi da tutto ciò che mi era famigliare, avrei potuto focalizzare nuovamente l’attenzione verso me stesso e chissà, sarei riuscito a rispondere a quella domanda.

E così decisi di partire.

Non avevo in mente una destinazione in particolare, ma qualunque luogo fosse, doveva quantomeno possedere questi tre requisiti:

–       Essere molto lontano

–       Essere molto economico

–       Possedere una lingua e una cultura che ignorassi totalmente

Ritirai gli ultimi risparmi, riempii lo zaino e partii…

Che macchina straordinariamente complessa e misteriosa è la mente. Malgrado ciò che in genere siamo portati a pensare essa è costantemente programmata per piazzare ostacoli anziché rimuoverli, creare problemi più che risolverli. È un tappo sulla realtà anziché una sua rivelatrice.

Se non apprendiamo a dominarla da subito e a svelare i suoi inganni, si trasforma rapidamente nel nostro peggior nemico.

Avevo vissuto una vita intera in pochi mesi, avevo viaggiato in molti luoghi senza muovermi di un solo passo dal mio apatico letargo quotidiano. Quante volte l’avevo fatto in passato e quante volte l’avrei fatto ancora. Quanto tempo trascorriamo a passeggiare nella nostra testa, ignorando il meraviglioso paesaggio al di fuori?

Gurdjieff diceva che l’individuo pienamente realizzato è un essere integro, unico e costantemente consapevole. Eppure tale essere si incontra molto raramente.

Il potenziale per realizzarci (completarci), risiede in ciascuno di noi però, fintantoché rimaniamo incompleti, dobbiamo convivere al nostro interno con una serie di “Io” che sgomitano e sbraitano per conquistare il predominio sugli altri, per sedersi al posto di comando, ma senza averne ne le capacità, ne le competenze necessarie (un po’ come succede nel nostro parlamento).

Il risultato di ciò è la nostra eterna frustrazione, le mille attività che iniziamo e abbandoniamo in pochi giorni, la colla che abbiamo cosparso sopra la sedia del posto di lavoro che detestiamo, i passatempi che non riempiono il vuoto e così via, lungo una fila infinita di reazioni meccaniche a impulsi esterni.

Eppure, tra le decine di “Io meccanici”, si nasconde il nostro “Io vero”.

All’inizio di questo brano ho scritto che, dopo il lungo viaggio/letargo mi sono ritrovato. Non è esattamente così.

Ci siamo ritrovati tutti, Io e i miei Io. Abbiamo discusso a lungo, con alcuni siamo arrivati anche alle mani e li ho dovuti sbattere fuori. Agli altri ho detto che potevano rimanere, ma solo se facevano i bravi. Chissà forse per un po’ di tempo mi ascolteranno davvero.

E Io?

Io vado a prendermi un caffè.

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6 pensieri riguardo “Letargo

  1. Stavo pensando l altro giorno che e buffo come pensavo che ora cominciavo ad aver voglia di stabilita. Poi ho pensato all altro tipo di vita superstabile (in quest epoca di prodotti usa e getta, poi), passa la vita intentando a conservare la stabilita che si concretizza nel cambiare auto ogni 3 o 4 anni e nel sistemarsi la casa . Raoul ya me estoy olvidando el italiano y tengo el colesterol alto. jajajajajajajajaja

  2. La ricerca della serenità, che solo a tratti è felicità, è il nostro fine ultimo. La vera vocazione di ognuno di noi è una sola, quella di arrivare a se stessi. Che si finisca poeti o pazzi, profeti o delinquenti, non è importante. Ciò che conta è trovare il proprio destino, non uno qualunque, vivendolo tutto fino in fondo senza fratture dentro di sè. Tutto il resto significa soffermarsi a metà, al tuo ‘tutto sommato’, che è comunque un tentativo di fuga, un ritorno all’ideale della massa, è adattamento e paura del proprio cuore.

  3. Rieccoti amico mio, più in forma che mai direi!
    Credo di essere tra quelli che si riconoscono in qualche aspetto del tuo “letargo”, ne abbiamo discusso un milione di volte e torneremo a farlo altrettante volte.
    Non sono sicuro che esista una soluzione ma come si usa dire parlarne è già qualcosa…….

    Un abbraccio

    PS ti aspetto per riprendere il discorso dove l’avevamo lasciato

    1. Carissimo Aristide, in effetti mi mancano molto le nostre chiacchierate speciali a base di Montenegro. Il Letargo un problema di molti, anzi direi di tutti, l’importante, come dico, rendersene conto e ogni tanto, magari, svegliarsi e guardarsi attorno. Un abbraccio A presto

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