Il professor Primavera

Fino a qualche momento fa il professor Primavera non esisteva.

O forse si, chissà. Certo non per me, poiché una persona esiste per un’altra nel momento in cui entra nella sua esistenza. E lui era entrato nella mia solo da qualche minuto, presentandosi davanti al bancone, con un ampio sorriso.

“Un espresso, ristretto per favore.”

Sapeva di avermi spiazzato.

Uno che ogni giorno, alla stessa ora e per due settimane di seguito, entra al caffè, si siede allo stesso tavolo e ordina senza nemmeno alzare la testa un americano, nel momento in cui te lo trovi davanti sorridente, all’ora sbagliata e con un ordine diverso, non può che dipingerti un punto di domanda sulla faccia.

“Mi piace avere abitudini, ma mi piace ancora di più cambiarle spesso.” dice il professore, leggendo bene anche la frase stampata sulla mia fronte sopra il punto di domanda.

Un momento però, sto facendo confusione? Come, prima dico che il professore si è appena materializzato davanti a me e subito dopo aggiungo che viene al caffè ogni giorno.

Incongruenza?

No, dovrei semplicemente spiegarmi meglio.

Nelle ultime due settimane un signore con un Mocio Vileda usato al posto dei capelli e il viso ben segnato dal tempo, si è seduto al tavolo di fianco alla libreria, ordinando un caffè americano e immergendosi per un’ora buona in una pila di libri e scartoffie.

Non nego che in un paio di occasioni abbia suscitato la mia curiosità, forse mi sono anche chiesto in quale attività potessero combinarsi quella quantità di volumi con un aspetto così trasandato, ma in ogni caso è successo a locale vuoto, quando anche osservare Sidro costruire un castello di carte sul bancone, come sta facendo ora, è fonte inesauribile di distrazione.

Il professore era per me come tutti gli altri clienti, un corpo deambulante senza passato e senza identità a cui al massimo assegnare un’etichetta mnemonica.

Che cos’è un’etichetta mnemonica? È una descrizione sintetica e immediata di un cliente a cui associo il suo ordine. Serve a facilitarmi il lavoro e sapere a chi va che cosa, specialmente nei momenti di caos. Lui ad esempio era il vecchio dei libri col mocio.

Altri esempi di etichetta mnemonica: la tettona col cane, la biondina smorta, il coatto coi rayban e la catena d’oro, il Rasta, la modella rossa, il grassone pelato etc.

Se poi un cliente è assiduo ma senza confidenza, si può essere ancora più sintetici e creativi: la maestrina, una ragazza minuta con occhialoni spessi e un cappotto di panno verde; la mamma, un transessuale rotondo sulla cinquantina; Hansel e Gretel, due fidanzatini che vanno sempre mano nella mano e vestiti con abiti di lana grossa e multicolore; Pippi Calzelunghe, una trent’enne smilza a cui piace acconciare la sua chioma rossiccia in due trecce che le danno aspetto di monella. Effetti della regressione psicologica.

“Professor Arturo Primavera, molto piacere”.

Mi tende la mano, continuando ad esibire il suo sorriso ed interrompendo così il flusso debordante dei miei vani pensieri. Esito qualche secondo, ancora preso in contropiede dalla sua azione repentina, poi però ricambio il sorriso e il gesto.

“Piacere mio.”

Ecco quindi spiegata l’incongruenza. In quell’istante il vecchio dei libri col mocio che ha visitato il caffè per due settimane è scomparso, lasciando il posto al professor Primavera. L’etichetta improvvisamente ha un nome e ha stabilito una relazione diretta. Ora esiste per me così come io esisto per lui.

Si potrebbe opinare che tutto ciò è ovvio, che si tratta delle normali circostanze in cui si stabiliscono la maggior parte delle relazioni sociali, quindi perché perdere tempo a rifletterci sopra?

Ci sono un paio di ragioni.

Primo, come ho già accennato, perché il caffè prolifera tempi morti attraverso cui la noia si insinua come uno spiffero in una fessura.

E poi perché ho il dubbio che quando le persone appaiono nelle nostre vite non sia per caso. Anzi, sarei addirittura portato a pensare che in qualche maniera siamo noi a invocarli o persino crearli, come personaggi di un racconto, perché ci servono ad avanzare in quello che sempre più spesso mi appare come un complesso videogioco cosmico. Per questo motivo ho la sensazione che il professore sia qui per me, perché l’ho chiamato ad assolvere la sua missione, anche se non mi è ancora ben chiaro quale sia.


Il professore avvicina la tazzina a se, ignora la bustina di zucchero bianco sul piattino allungando invece il braccio verso il dosatore di zucchero di canna. Ne versa quanto basta per riempire il cucchiaino che regge appena sopra la tazzina, versandolo nella stessa e iniziando a mescolare, in un unico fluido movimento.

“Tazzina, bustina, piattino, cucchiaino. Quanti diminutivi nel mondo del caffè,” osserva sogghignando il professore, come se stesse recitando una filastrocca a se stesso.

“Ecco il genere di persone che invoco io” penso, cercando un complice con cui scambiare un’occhiata su cui si legga “a questo gli manca una rotella”, ma l’unico a portata di mano è Sidro, quindi rinuncio, anche perché lo sguardo del professore si è posato proprio su di lui.

Sidro è completamente assorto nel suo passatempo. Preleva una carta dal mazzo, la osserva, la rigira tra le dita e con attenzione chirurgica la dispone sulla seconda fila della sua delicata struttura.

La porta si apre di scatto, è Pippi Calzelunghe. La corrente d’aria abbatte la fragile struttura, ma lui non si scompone. Apparta il mucchietto di carte crollate per fare spazio davanti a se, ripescandone poi due che dispone a V ribaltata in modo che si reggano una contro l’altra. Ripete l’operazione con altre due carte, mettendole a fianco alle prime, poi ne pesca una dal mazzo e la dispone orizzontalmente sulle due coppie. E così via, ricominciando da capo con la stessa calma, con la stessa concentrazione, come se avesse appena iniziato.

Ignara del disastro provocato, Pippi mi fa un cenno mentre prende posto al solito tavolo. Preparo l’espresso, scaldo il latte, lo verso nel bicchiere alto che ho già disposto sul piattino e ci aggiungo l’espresso. Il professore osserva il caffè scendere nel bicchiere e mescolarsi al latte, iniziando a parlare come se stesse riprendendo un discorso appena interrotto.

“Mi è sempre capitato, o quantomeno mi è capitato sin dal momento in cui ho sviluppato una consapevolezza e una sensibilità verso il mondo e verso l’essere umano, di ritrovare in ciò che leggo, pensieri che già mi appartengono, che già sono presenti in me, anche se, ahimè, nella maggior parte dei casi, in forma più confusa e offuscata, rispetto alla fonte più autorevole alla quale sto attingendo.”

Come per la sua filastrocca precedente sul mondo del caffè, sembra canticchiare le parole a se stesso, sbuffandole nell’aria, come un vecchio treno a vapore. Pippi nel frattempo si sta sbracciando, non sopporta che il caffè si raffreddi. Ma il professore non distoglie lo sguardo dal bicchiere e ho paura che sottraendoglielo, smetta di parlare. È possibile che qualcuno tragga ispirazione da un latte macchiato? Ci penso anche troppo, afferro il bicchiere e lo consegno a Pippi. Torno, il treno continua a sbuffare.

“Le prime volte mi stupivo, pensando alla straordinaria e quasi magica coincidenza di riconoscere un mio ragionamento, una mia idea, una mia immagine metaforica apparire chessò, in un libro, un racconto, una poesia o financo in una canzone o un discorso. Mi inorgoglivo a pensare che se potevo condividere idee con Platone, Calvino, Borges o Gaber, dovevo senza dubbio possedere una mente straordinaria. Iniziai così ad appuntare tutte queste coincidenze e a ricercarne di nuove. Però, più mi addentravo nella ricerca, più espandevo le mie letture e le mie conoscenze, più mi rendevo conto che le magiche coincidenze, come le avevo battezzate, non riguardavano solo me, ma accadevano anche tra autore e autore, tra testo e testo. In qualunque tipo di scritto mi imbattessi, potevo discernervi qualcosa che era già stato scritto o pensato da qualcun altro. Non solo, ma anche interrogando amici, parenti, amanti scoprivo che alcuni di loro si riconoscevano in questa esperienza. Mi ero a poco a poco addentrato in una fittissima rete di condivisione di idee, senza spazio e senza tempo.”

Ora sì, smette di parlare, così come aveva cominciato. Senza chiosa, come quando finisce un disco. Non so perché, ma sento l’esigenza di riempire quello spazio silenzioso con la prima cosa che mi salta in mente.

“Certo che dev’essere stata una bella delusione scoprire di non essere quel genio che pensava che fosse.”

Accidenti alla prima cosa che mi salta in mente. E a me, che le permetto di uscire. In un interminabile istante di imbarazzo immagino le conseguenze della mia spontaneità: il professore, con lo sguardo abbattuto e gli occhi gonfi e lucidi mi mostra la ferita riaperta dalla mia freccia avvelenata. E mi confessa che sì, è un miserabile, un vero fallimento del mondo del sapere. Già mi consumo dal rimorso.

Invece, con mio enorme sollievo non succede niente di tutto ciò.

Il suo viso si fa radioso e attento. Fino ad allora mi aveva dato l’impressione di essere come racchiuso in una enorme bolla di sapone, in cui il mondo vi giungeva distante e ovattato. Forse le mie parole avevano bucato quella sottile membrana facendo rifluire con veemenza la realtà nei suoi spazi sensoriali. O forse è solo una mia impressione. Ad ogni modo, scoppia in una gran risata.

“Ahhahahahahaha – si, una gran delusione senza dubbio.” Poi, per la prima volta, assume un tono deciso, rivolto direttamente a me.

“Ma anche una grande rivelazione, scoprire che le idee in realtà non appartengono a nessuno, o che appartengono a tutti che poi è lo stesso. C’è una conoscenza comune cui possiamo, se vogliamo, attingere.”

Mi ha preso di nuovo in contropiede.

“Magiche coincidenze. Eheheh. Sono ovunque, devi solo prestare attenzione a ciò che ti accade. Le idee sono come onde radio. Non si vedono eppure stanno lì, qui, dappertutto. Fluttuano nell’aria, ci avvolgono. Hanno solo bisogno di un apparato ricevente acceso. Purtroppo, di apparati riceventi accesi in giro ce n’è ben pochi. Un po’ come quello lì.”

Si sta riferendo alla vecchia Radiomarelli che tengo come decorazione sopra la mensola vicino alla cassa. Ero anche riuscito ad accenderla durante la ristrutturazione del locale, ma avevo perso più tempo cercando di sintonizzarla su qualche stazione, che a imbiancare la sala. Mi ci ero affezionato. Forse perché spesso mi sono sentito anch’io così, gracchiante e obsoleto, arrancando fuori tempo, incapace di sintonizzarmi col mondo.

“Stavo pensando alla quantità di immagini, parole, suoni che ci bombardano ogni giorno. Una pioggia incessante di informazioni raccolta dal dispositivo adeguato per essere diffusa e propagata ovunque. Il fatto è che prima c’era solo quella radio lì, o al massimo la televisione quando tornavi a casa. Ora i dispositivi si sono centuplicati, sono onnipresenti e perennemente accesi. E io non credo di essere in grado di adeguarmi.”

“È vero, c’è molto traffico e so cosa vuoi dire. Però non devi fraintendere. Quando parlo della condivisione di idee, di sapere collettivo, non mi riferisco ai fiumi mediatici nei quali annaspiamo ogni secondo, ma a speciali canali di comunicazione attraverso cui abbiamo la possibilità di scoprire la vera realtà, che è poi l’unica ragione per cui siamo a questo mondo.”

“La vera realtà?”

“Sì, al di là del circo immaginario che montiamo ogni giorno, al di là della società malata che subiamo perché tanto è così.”

“Credo di essermi perso.”

“Aspetta.”

Il professore svanisce sotto il bancone. Quando riemerge tiene fra le braccia una cartella di pelle marrone. Non mi ero accorto che l’avesse quando si è presentato.

L’appoggia sul bancone, la apre e ne estrae un raccoglitore ricolmo di incartamenti che appena liberato dalla pressione della chiusura elastica si gonfia come un sufflè. Spulcia rapido e sicuro tra i fogli. Un’azione che deve aver ripetuto centinaia di volte. In pochi secondi e con piena soddisfazione, ne estrae uno.

“Ah, eccola qui. – Questa è la mia prima magica coincidenza. Ci sono due brani, leggili di seguito”, mi dice offrendomi il foglio.

“Un momento solo.”

Si tratta solo di un foglio, non sembra una cosa lunga ma non voglio rischiare di essere interrotto da qualche cliente.

Non che ci siano molte possibilità. Siamo quasi in chiusura e il locale è deserto se si eccettuano Pippi e Sidro. Porto il conto a Pippi che comunque si stava già preparando per uscire. L’accompagno alla porta e ne approfitto per abbassare la serranda a metà. La corrente d’aria abbatte di nuovo il castello di Sidro che, impassibile al nuovo disastro, ricomincia a costruire. E così anche lui è sistemato.

Torno dietro il bancone. Sono pronto a leggere.

Tutto quello che avviene, forse avviene perché la terra non è fatta tanto per gli uomini, quanto per le bestie. Perché le bestie hanno in sé da natura solo quel tanto che loro basta ed è necessario per vivere nelle condizioni, a cui furono, ciascuna secondo la propria specie, ordinate; laddove gli uomini hanno in sé un superfluo, che di continuo inutilmente li tormenta, non facendoli mai paghi di nessuna condizione e sempre lasciandoli incerti del loro destino. Superfluo inesplicabile, chi per darsi uno sfogo crea nella natura un mondo fittizio, che ha senso e valore soltanto per essi, ma di cui pur essi medesimi non sanno e non possono mai contentarsi, cosicché senza posa smaniosamente lo mutano e rimutano, come quello che, essendo da loro stessi costruito per il bisogno di spiegare e sfogare un’attività di cui non si vede né il fine né la ragione, accresce e complica sempre più il loro tormento, allontanandoli da quelle semplici condizioni poste da natura alla vita su la terra, alle quali soltanto i bruti sanno restar fedeli e obbedienti.

Appena sotto la parola “obbedienti”, calcato a matita e sottolineato due volte è scritto il commento STESSA IDEA, da cui parte una freccia che punta al brano successivo. Sento un insolito formicolio formarsi nello stomaco. Continuo a leggere.

L’uomo è l’unico anello debole della altrimenti perfetta macchina della natura. Ogni animale, ogni pianta, ogni elemento, esiste per un motivo e si integra perfettamente negli ingranaggi del funzionamento del mondo. L’uomo no, tende anzi a separarsi dalla natura per costruirsi un mondo tutto suo.

Come sottolinea anche il commento a matita, questo brano contiene indubbiamente la “Stessa Idea” di quello che lo precede, anche se in versione più elementare e sintetica.

Il formicolio si arrampica agilmente fino alle estremità delle mie tempie. È una forma di conoscenza istintiva e inspiegabile che parte direttamente da dentro. Mi sta dicendo che in qualche modo, questa idea già mi appartiene, che è già presente in me, anche se fino ad ora non le ho dato forma intelligibile, non l’ho modellata in parole e frasi compiute.

Il formicolio si è ormai impossessato di tutto il corpo. Non so dire perché ma mi sento estatico.

“È questo allora che intende con magiche coincidenze?”

Il professore annuisce soddisfatto.

“Il primo brano è tratto da “I quaderni di Serafino Gubbio operatore” di Luigi Pirandello. Quello più piccolo invece è mio. Lo scrissi un paio d’anni prima di leggere ‘I quaderni’, ma ovviamente molti anni dopo che Pirandello lo scrivesse, ehehehehe.”

Sebbene il suo senso dell’umorismo continui a sfuggirmi, c’è qualcosa nella maniera di esporre che mi mette a mio agio. Posso solo descriverlo così: vivida leggerezza. Un’attenzione serena e giocosa che sembra in grado di infondere quella confidenza di cui in genere siamo capaci solo a contatto con gli amici più intimi.

Gli rendo il foglio che lui, con precisione ma senza fretta, ripone nella cartella.

“Forse è a questo che servono gli scrittori”, dico “a tradurre le idee universali in parole, in modo che siano accessibili a tutti.”

“È un’acuta osservazione, anche se bisogna distinguere tra scrittori e scrittori. Dante e chessò, Stephen King assolvono compiti molto diversi nel campo della letteratura. Ma c’è del vero. Anche Eric Fromm era arrivato alla conclusione che nella nostra società inferma e fuorviante le grandi opere d’arte e di letteratura di tutti i tempi sembrano fornirci una visione di come l’essere umano dovrebbe funzionare e allo stesso tempo ci dotano di una certa sensibilità verso tutto ciò che non funziona.”

“E questa visione si trasmette e si riconosce attraverso le magiche coincidenze.”

“Molto bene.”

“Però professore, stavo pensando una cosa. Prima mi ha detto che questi canali di comunicazione servono per percepire la realtà vera. Poi mi ha fatto leggere i due brani in cui si parla di come l’uomo si costruisce un mondo fittizio proprio per fuggire dalla realtà. Sono abbastanza confuso. Perché posso capire che nessuna delle invenzioni dell’uomo possa essere paragonabile a qualunque delle creazioni della natura. Però, per quanto malandato, sintetico e alienante sia il mondo dell’essere umano, non è comunque reale? Un Boeing 747 non è un’aquila reale ma è pur sempre – reale, se mi scusa il pessimo gioco di parole.”

“Ahahaha. Caro ragazzo. La tua domanda è talmente semplice da non essere stata risolta in millenni di storia. E non credo che arriveremo a una conclusione stasera, anche perché è un po’ tardi e ho molta fame. Però voglio dirti una cosa. La domanda che dovresti farti è: sono sicuro che ciò che percepisco come aquila e aereo sia tutta la realtà possibile?”

Credo che il professore intuisca dalla mia espressione a pesce lesso che non solo non so rispondere alla domanda, ma non riesco nemmeno a ricavarne un senso.

“Va bene. Andiamo per gradi. La prima cosa da comprendere è che siamo esseri limitati. I sensi attraverso cui percepiamo il mondo sono limitati. Sei daccordo?”

“Credo di si.”

“Perfetto. Ad esempio, possiamo vedere una gamma di colori in una certa scala di luminosità. Tutto ciò che sta al di sotto dell’infrarosso o al di sopra dell’ultravioletto ci è inaccessibile. Possiamo sentire solo entro una certa estensione di suoni, escludendo grossomodo ciò che sta sotto i 20 hz e sopra i 20 khz. Il nostro olfatto percepisce una certa varietà e intensità di odori ignorandone altri e così via anche per il gusto e il tatto.

Ci sono animali che vedono meglio di noi e altri peggio. Altri con un udito o un olfatto più sviluppati dei nostri, come i cani e i gatti. Diciamo che anche come animali non siamo un gran che. Questo significa che al di la dei nostri limiti c’è una realtà sempre presente che non conosciamo. Colori che non possiamo vedere, suoni che non possiamo udire etc. E questo vale solo per il mondo sensoriale. Pensa a tutto il resto. Dai misteri del nostro inconscio alla vastità dell’universo. È tutta quella parte sconosciuta che il nostro superfluo, come dice Pirandello cerca affannosamente di comprendere in tutti i modi. Siamo indifesi rispetto all’infinito che ci circonda e questo ci terrorizza. E quando abbiamo paura diventiamo aggressivi e ci richiudiamo nei limiti di ciò che conosciamo, autoconvincendoci che sia tutto ciò che esiste. Siamo come quei bambini che si tappano le orecchie, fanno versacci e sbattono i piedi per non ascoltare ciò che gli dice la mamma.”

Quando il professore tira il fiato, spezzando la concitazione dell’ultima parte del discorso, mi accorgo di essere rimasto anch’io in apnea fino ad ora. Inspiriamo contemporaneamente a pieni polmoni e al rendercene conto, trasformiamo l’espirare in una gran risata. Poi il professore ricomincia.

“Percepire la realtà vera quindi, significa aprirsi di nuovo, togliersi le bende dagli occhi e riconoscere che, se è vero che siamo piccoli e limitati è anche vero che proprio nella nostra natura si nasconde il mistero dell’universo. Così come una goccia d’acqua è insignificante, ma in ogni goccia c’è l’essenza stessa dell’oceano. Così come un seme è insignificante, ma al suo interno è già presente tutta la potenzialità dell’albero. William Blake lo dice in maniera splendida:

Vedere il mondo in un granello di sabbia

E il cielo in un fiore di campo

Tenere l’infinito nel palmo della tua mano,

E l’eternità in un’ora.

Noi siamo l’universo, dobbiamo solo rendercene conto.”

“Ma come?”

“Così.”

“Sidro?”

Mi ero completamente dimenticato di lui. È ancora li, totalmente assorbito dal suo passatempo e io proprio non riesco a capire perché il professore lo indichi come soluzione ai misteri del mondo.

“Professore, non credo mi stia dicendo che per aprirci alla vita e scoprire noi stessi dobbiamo costruire castelli di carte. Vero?”

“Ahahahahahahahahahahaha.”

Evidentemente no.

Il professore ride di gusto e provo sempre una certa soddisfazione a far divertire qualcuno, anche se mi piacerebbe ancora di più farlo volontariamente. Devono passare una buona manciata di secondi prima che le sue convulsioni si plachino e riacquisti di nuovo un certo contegno. E quando avviene, avviene con un repentino cambio di marcia, come è già successo più volte questa sera.

“Quante volte il castello è crollato? Hai notato quanto è facile farlo crollare?

Quanto ci vuole a distruggere una casa?

E quanto a costruirla?

Quanto tempo a lanciare una bomba.

Quanto a costruire un ospedale?

Quanto tempo a modellare un vaso di terracotta?

Quanto per farlo cadere e frantumarlo?

E una volta in frantumi, quanto a ricostruirlo? E sarà mai come prima?

E quanto ci vuole a creare la vita?

E ad ammazzare un uomo?

E a far crescere un albero?

E ad abbatterlo?

È una regola universale, che vale per tutti gli aspetti della nostra vita.”

Mi viene in mente una canzone di Jovanotti di cui non ricordo il titolo. Dice più o meno così: è molto più facile dividere ciò che è unito, bisognerebbe unire ciò che è diviso.

Vorrei dirlo al professore ma mi trattengo. Lui cita filosofi e poeti e io ribatto col rapper di Cortona? Credo di aver fatto abbastanza figuracce per stasera.

Però non rinuncio a ribadire il concetto.

“È proprio vero. Creare, costruire, unire, costano molta, molta più fatica del dividere e distruggere.”

“Ed ecco perché il pigro essere umano si dedica molto più volentieri al secondo anziché al primo. Il lato oscuro è più semplice, immediato e affascinante. Sai chi ha detto questa frase?”

“Freud?”

“No. Yoda, in Guerre Stellari. Ehehehehehehe”

E io che mi faccio gli scrupoli per Jovanotti.

“Mi hai chiesto come si fa a vedere la realtà vera e a rendersi conto che siamo molto di più di ciò che pensiamo di essere. E io ti rispondo: Così. Bisogna costruire con la stessa attenzione e dedizione con cui il tuo amico costruisce il suo castello di carte. Senza lasciarsi distrarre dalle passioni. Perché siamo fragili e in qualunque momento la corrente d’aria ci può spazzare via. E allora mettiamo da parte la rabbia e l’impeto e ricominciamo a costruire. Ci vuole la stessa pazienza che richiede ad un seme di diventare albero. Bisogna essere sempre all’erta, concentrati e umili. E ci vuole una gran dose di amore. Tutto l’amore di cui sei capace. Perché non si può mai distruggere ciò che si ama veramente.”

Il silenzio si posa al caffè come nebbia su un campo. È già buio al di la della vetrata e nessuno di noi, (nemmeno Sidro) si produce in alcun movimento. Una situazione cui fa da contrasto il tumulto che sento dentro di me. Le parole del professore impregnano l’aria ben dopo essere state pronunciate. Me le sento addosso. Lavorano minuziosamente come piccoli minatori, aprendomi brecce di coscienza, che illuminano un quadro ancora tutto sfocato e confuso, come quando, appena svegli, la luce del sole irrompe a bucare le immagini indistinte di un sogno.

Poi il professore si schiarisce la voce, spezzando l’incantesimo e facendomi ritornare in me. Tende la mano offrendomi allo stesso tempo quel sorriso che non ha mai lasciato da parte fin dal momento in cui si è presentato.

“È ora di andare.”

“Passerà domani, per il caffè?”

Invece di rispondere il professore mi stringe la mano e si allontana. Prima di uscire si gira ancora una volta, come succede nei film drammatici.

“Caro ragazzo, c’è sempre una ragione per la quale due persone si incontrano.”

“È quello che dico sempre anch’io.”

Esce. La porta si chiude, ma questa volta il castello di carte rimane in piedi. Sidro lo osserva curioso.

Prima che anche lui tolga il disturbo, schiocca un dito contro la base della fragile struttura.


P.S. Con ancora i brani di Pirandello e del professore in mente, con le loro riflessioni sulle differenze tra essere umano e animale sono andato a ripescare un film che ho visto un po’ di tempo fa. Si tratta di Waking Life di Richard Linklater. In particolare mi sono soffermato su questa scena che ho poi tradotto per chi avesse difficoltà con l’inglese o col video.

TRADUZIONE

Ci sono due tipi di persone che soffrono a questo mondo. Quelli che soffrono per una carenza di vita e quelli che soffrono per un eccesso di vita. Mi sono sempre trovato nella seconda categoria.

Se ci pensi bene, quasi tutta l’attività e il comportamento umani, non sono sostanzialmente molto diversi da quelli animali. La tecnologia più avanzata ci fa arrivare, al massimo, al livello del superscimpanzè.

In effetti, il divario tra, diciamo, Platone, Nietzsche e l’essere umano medio è molto più ampio di quello che esiste tra quello scimpanzé e l’essere umano medio.

Il regno dello spirito autentico, il vero artista, il santo, il filosofo, sono molto rari. Perché così pochi? Perché la storia e l’evoluzione del mondo non è costituita da episodi di progresso, ma è piuttosto un’infinita e futile successione di zero. Non si sono più prodotti grandi valori.

Caspita! I Greci 3000 anni fa erano tanto avanzati quanto lo siamo noi ora.

Quindi, quali sono queste barriere che impediscono alle persone anche solo di avvicinarsi al loro vero potenziale? La risposta a questa domanda può essere trovata in un’altra domanda, questa.

Qual è la caratteristica umana più universale: la paura o la pigrizia?

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...