Libia e la solita ipocrisia

Non impariamo mai nulla.

L’Occidente buono e giusto è pronto a condannare  e sanzionare il tiranno Gheddafi. Peccato che per decenni lOccidente buono e giusto abbia anche venduto armi, acquistato gas e petrolio e tessuto una fitta rete di investimenti che lo lega a un pericoloso doppio filo con il Caro Leader.
Quante volte abbiamo supportato dittature, permesso stragi, avallato ostracismi in cambio di vantaggi economici? Quante volte abbiamo sorriso a generali psicopatici, stretto la mano a terroristi in uniforme, posato solennemente accanto a re sanguinari per la foto ricordo? Salvo poi negare l’evidenza, far finta di indignarsi, e condannare il “mostro brutto e cattivo” che fino al giorno prima era il nostro compagno di merende?

Quante volte lo faremo ancora?

Traduco e pubblico parte di un articolo uscito oggi con “El Pais” che illustra e analizza i delicati rapporti tra Libia ed Occidente, con un particolare occhio di riguardo per l’Italia.

Da leggere con attenzione perchè in realtà, dietro l’analisi delle mosse politico-finanziarie di Gheddafi, l’autore (forse involontariamente) esplora con molta attenzione il nostro paese. E i nomi che circolano sono sempre gli stessi.

da “Il tiranno che comprò l’Occidente” di Miguel Mora. El Pais 27 02 11

“…il luogo dove l’esplosione libica ha prodotto più timore ed incertezza è l’Italia, forse il paese che più ostentatamente si è compromesso con il regime di Gheddafi. Negli ultimi due anni, il primo ministro Silvio Berlusconi ha visitato la Libia 8 volte e il colonnello ha piantato le sue jaimas (tende nomadi) in Italia in 4 occasioni. La relazione tra i due è stata in apparenza calda, con la triste barzelletta del bunga bunga (il rito erotico libico importato) come pietra di paragone. Il colonnello ha messo sul piatto della bilancia il suo tesoro statale/personale accumulato negli ultimi anni con i guadagni del greggio e stimati in 50.000 milioni di euro, e il suo impegno per fermare l’immigrazione. Il Cavaliere ha potuto così compiere la sua promessa elettorale (ridurre l’immigrazione clandestina) e spalancare le porte d’Italia ai fondi libici, aiutando a legittimarli nei mercati internazionali e pilotando con cura gli investimenti più importanti. Grazie al trattato di Amicizia, Associazione e Cooperazione, firmato il 30 agosto del 2008 nella oggi ribelle Bengasi, l’Italia è diventata una delle zone di pesca finanziaria preferite da Gheddafi: dopo due anni di amicizia, il colonnello è oggi il quinto investitore individuale per volume d’affari nella Borsa di Milano.

Per esempio, Lafico, la società del colonnello per gli  investimenti all’estero, detiene il 7,5 % di capitale della Juventus, la squadra di calcio della Fiat (di  cui la Libia possiede poco meno del 2%) . Il fondo sovrano Lybian Investment Authority (LIA) è proprietaria dell’ 1% di ENI, il colosso energetico italiano. E Tripoli è il primo azionista di Unicredit, la maggiore banca italiana con una quota del 7,5 % valutata intorno a 2.500 milioni. Nel settembre del 2010 il fondo Lybian Investment Authority (LIA) compró il 2 % delle azioni della banca, che si sommarono al 4,9 % già aquistato due anni prima da LIA, dal Banco Centrale della Libia e dal Libyan Foreign Bank.

Attraverso questa scalata in uno dei giganti bancari europei (più di 10.200 succursali in 22 paesi), la Libia – ovvero, il regime di Gheddafi – si è accaparrato la sedia principale di un consiglio d’amministrazione dove il secondo azionista è Mediobanca, della quale è consigliera la figlia maggiore di Berlusconi, Marina. La compravendita ha prodotto  lo scorso settembre un terremoto nel mercato finanziario, includendo le dimissioni del consigliere delegato Unicredit Alessandro Profumo. La xenofoba lega nord si lamentò in pubblico, però di fatto aumentò il suo potere nell’istituo bancario. E affinché  nessuno rimanesse scontento, il LIA creò un fondo congiunto di 500 milioni di dollari con Mediobanca, istituto in teoria rivale, per riscattare società in fallimento.

L’operazione ha catapultato Gheddafi nel cuore delle istituzioni finanziarie italiane ed europee: dei 316 voti che amministrano la Banca d’Italia, Unicredit ne possiede 50, tanti quanti ne possiede San Paolo. La banca d’Italia detiene il 12,5% dei diritti dela Banca Centrale Europea.

La forza della presenza di Gheddafi in Europa – i paesi europei importano quasi il 90% del greggio libico – si è potuta misurare martedi scorso. Quel giorno è successo qualcosa di veramente raro nella storia del capitalismo. La Borsa di Milano è rimasta chiusa tutta la mattina per un mai verificato “problema tecnico”. Il mercato di Piazza Affari è stato completamente bloccato per 6 ore. Nessuno ci capiva nulla. Il sovrintendente chiedeva spiegazioni, i brokers protestavano. La verità saltó fuori poco dopo. Non c’era nessun problema tecnico, solo paura per la caduta di Gheddafi. La chiusura era avvenuta per timore che affondassero i titoli delle imprese italiane con interessi in Libia e delle società nelle quali il leader libico aveva investito. La paura è libera.

Il giorno prima, lunedi, cominciavano a giungere notizie sanguinose da Tripoli. In solo poche ore, i titoli della crema industriale, energetica e bancaria italiana (Finmeccanica, Impregilo, Mediobanca, generali, Fiat, ENI…) perdevano sul parquet milanese percentuali vicine al 5%.
Petrolio e sangue sono una miscela che puzza. Appesta.

La Libia è il paese africano con maggiori riserve di petrolio; il suo greggio, secondo gli esperti, è tra quelli di maggiore qualità del mondo. E possiede anche il gas.

Martedi, ENI, annunciava con una scarna nota ufficiale, che aveva chiuso il gasdotto Greenstream, che trasporta in Italia il 10% del gas naturale che importa Roma. Il personale degli impianti tornava a casa.
Non è ancora chiaro se la chiusura è stata voluta da ENI o dagli oppositori di Gheddafi per rappresaglia al silenzio Italiano ed Europeo di fronte ai massacri del colonnello. Silenzio? Nemmeno tanto. Mercoledi, mentre il Consiglio di Sicurezza e la UE balbettavano un comunicato di condanna e il ministro degli Esteri Franco Frattini faceva acrobazie verbali per tentare di difendere l’indifendibile, a Roma si annunciava che la Libia aveva appena comprato il 2% delle azioni del gruppo statale Finmeccanica, ottavo venditore di armi e apparecchiature aerospaziali del mondo.
Ironie della vita: quello stesso giorno, anche Finmeccanica ordinava ai lavoratori impiegati nel paese nordafricano, di rimpatriare. La notizia della vendita del 2 % del gigante italiano non dev’essere stata digerita molto bene dalla casa Bianca. Dopo aver aquistato DSR nel 2008, Finmeccanica è uno dei principali fornitori del Pentagono. Però, nessuno si sente particolarmente orgoglioso in questi giorni, nel modo politico e finanziario…”

La conoscenza e la consapevolezza sono le nostre uniche armi.

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2 pensieri riguardo “Libia e la solita ipocrisia

  1. La nostra politica è sempre molto lungimirante, quasi profetica direi. Non sottovalutiamo anche il fatto che Berlusconi abbia affermato di avere amici del calibro di Gheddafi, Mubarak e Ben Ali. Cos’è questa se non una profezia? Sottile e da interpretare, ma le profezie sono sempre tutte sottili e da interpretare. Attenti a quello che si dice, insomma!

    1. Caro Dicksick, concordo. Siamo sempre lungimiranti, investiamo sui giovani, sulle energie alternative per dipendere da altri paesi il meno possibile, difendiamo il made in Italy affinché non sia made in China, Taiwan dove bambini di 10 anni attaccano il tricolore sui nostri jeans e magliette per qualche dollaro al mese. Portiamo avanti un’ etica del lavoro a partire dalla classe dirigente, ma soprattutto promuoviamo la gioia del vivere. Questo mi sembra fondamentale.

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