PSR 1: Giordano Bruno

Sono a Campo dei Fiori.

Osservo un gruppo di adolescenti bighellonare sotto la statua di Giordano Bruno. Un paio di ragazze, un po’ più appartate, discutono animatamente. Una, dall’aspetto angelico maltrattato dal fard, ha le braccia conserte e il broncio; l’altra mastica rumorosamente una gomma e allo stesso tempo rimprovera alla ragazza col broncio di essere troppo impulsiva, perché in fondo LUI, non ha fatto niente di male. Si è solo limitato a guardare quell’altra ragazza.

La ragazza col broncio sbuffa. Non ci può fare niente LEI. È fatta così. Avrà pure ragione LUI, ma tanto gliela pagherà lo stesso. E mentre sta per spiegare alla ragazza con la gomma le sue ragioni, viene improvvisamente distratta da qualcosa.

“Ahò guardate” – dice di scatto al resto del gruppo. “Quello sta a fa’ la foto a quello!”

Al primo “quello” il suo braccio si alza indicando un signore, probabilmente un turista, che sta regolando una grossa macchina fotografica piantata su un cavalletto. Al secondo “quello” il braccio della ragazza col broncio si sposta sulla statua che sta proprio sopra di loro.

Gli altri ragazzi la ignorano, non hanno alcuna intenzione di sapere né chi sia quello, né chi sia quello.

La sua amica invece la guarda, ma è uno sguardo vuoto, un fermo immagine di un film che aspetta di essere riavviato. E infatti si riavvia non appena la ragazza col broncio, che ha già perso interesse per quella distrazione, ricomincia a parlar male di LUI.

Eppure qualche attimo prima un paio di bambini molto vispi si erano seduti sotto la stessa statua per osservarla e disegnarla, mentre il padre gli spiegava chi era questo signore incappucciato e che cosa ci faceva lassù.

Siamo di fronte a due specie diverse? Oppure anche questi bambini quando cresceranno diranno: “Ahò, quello sta a fa’ la foto a quello?”

Mi immagino Giordano Bruno prendere vita al’improvviso, scendere dal piedistallo e incominciare a menar botte alla cieca. Poi, stremato, sedersi ai piedi di se stesso, guardarsi attorno e sorridere tra l’orgoglioso e il rassegnato, scuotendo la testa.

Conosceva bene il mondo lui e conosceva bene anche il suo destino come rivelano le sue parole di apertura nel proemio a De l’Infinito, Universo e Mondi.

Se io, illustrissimo Cavalliero, contrattasse l’aratro, pascesse un gregge, coltivasse un orto, rassettasse un vestimento, nessuno mi guardarebbe, pochi m’osservarebono, da rari sarei ripreso e facilmente potrei piacere a tutti. Ma per essere delineatore del campo de la natura, sollecito circa la pastura de l’alma, vago de la coltura de l’ingegno e dedalo circa gli abiti de l’intelletto, ecco che chi adocchiato me minaccia, chi osservato m’assale, chi giunto mi morde, chi compreso mi vora; non è uno, non son pochi, son molti, son quasi tutti. Se volete intendere onde sia questo, vi dico che la caggione è l’universitade che mi dispiace, il volgo ch’odio, la moltitudine che non mi contenta, una che m’innamora: quella per cui son libero in suggezione, contento in pena, ricco ne la necessitade e vivo ne la morte; quella per cui non invidio a quei che son servi nella libertà, han pena nei piaceri, son poveri ne le ricchezze e morti ne la vita, perché nel corpo han la catena che le stringe, nel spirto l’inferno che le deprime, ne l’alma l’errore che le ammala, ne la mente il letargo che le uccide; non essendo magnanimità che le delibere, non longanimità che le inalze, non splendor che le illustre, non scienza che le avvive.

Giordano Bruno, De L’Infinito, universo e mondi.

 

Foto di copertina di delaque79. CC Licence. Visitate la sua pagina Flickr facendo clic sul nome.

 

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