DIRTY OLD TOWN

A Dublino c’è sempre qualcuno che si sta preparando a partire e qualcuno che invece è appena arrivato. I due mondi non sono separati anzi, spesso si sovrappongono, collimano, altre volte si scontrano, altre volte ancora fanno finta di ignorarsi.

Dublino è costantemente cangiante, in perenne stato di costruzione. È sempre un lavoro incompleto.

Dublino scorre come il fiume che la attraversa. Stretto, sporco, con i suoi alti e sui bassi. Fetido di giorno, magico di notte. E quando si scopre il fondo, si rivela finalmente per quel che è.

Dublino costruisce i suoi muri sempre più spessi per separarsi in realtà ben distinte. Il sud dei ricchi e delle star, dei parchi lussureggianti, delle spiagge e delle regge, dei giardini curati e delle ambasciate. Il nord dei flats e dei disperati, dei rifugiati, degli operai e dei knackers. E il centro dei turisti, dei pub, dei locali notturni, dei mille ristoranti, dei coffee shop, dello shopping al giovedì sera, della baldoria al week-end, degli ubriachi, dei tossici che chiedono l’elemosina, dei ladri di biciclette, dei bambini di strada, dei club esclusivi, dell’odore di malto, della puzza di fritto, dei cinesi, degli italiani, dei francesi, degli spagnoli, dei buskers, della Garda, delle persone che si incontrano per caso. Ci si conosce un po’ tutti però cammini sempre da solo.

Il mutamento è il tratto immutabile di questa città. Prendi una strada del centro a caso. Prendi nota di come è fatta. Passaci dopo due mesi e sicuramente qualcosa sarà cambiato. Ci sarà una casa in meno o un edificio in più, il negozio di abbigliamento sarà diventato un coffee shop, un ristorante avrà lasciato il posto a un parcheggio multilivello. Male che ti possa andare i pub locali avranno cambiato colore.

La sua mutevolezza forse dipende anche dal clima, che non è tanto stagionale quanto giornaliero. Il tempo atmosferico può cambiare 24 volte in 24 ore e questo fenomeno deve per forza influenzare le persone in qualche modo. Four seasons in a day ti dice il tassista quando ha smesso di parlare di calcio.

Gli irlandesi hanno avuto e hanno tuttora una forte indole migratoria, eppure questa città attrae nello stesso tempo decine di migliaia di emigranti da tutto il mondo. Dublino è così diversa dalle città italiane. Splendide, decadenti e immobili come pietre tombali. La precarietà comincia a spaventare ora che i grossi mutamenti economici hanno reso gli irlandesi più simili ai cugini continentali. I ricchi sono sempre più ricchi e mantengono quella volgarità tipica del mercante arricchito, che non riuscendo a mostrare dignità nel comportamento, esibisce i suoi successi economici, mantenendo intatta la sua spilorceria. I poveri sono sempre più poveri, come è prassi nelle buone società. Continuano a fare figli, continuano a fare la fila per il sussidio, continuano a bere e a drogarsi, continuano ad avere secondi lavori e a piangere miseria. Anche la povertà ha le sue mille sfaccettature. C’è tanta semplicità, c’è tanta finta cortesia, imparata a forza nelle scuole cattoliche, dove la forma vale da sempre, molto più della sostanza.

Ci sono problemi fisici, psichici, ci sono maltrattamenti in famiglia e fuori, celati con gran cura. C’è poca voglia di lavorare e tanta di divertirsi. C’è l’istinto a cantare, suonare e fare baldoria. C’è il poliziotto scemo, ma senza pistola, così più di tanto non può far danni.

Ma tutto questo è visto dal mio occhio, da me che ho lasciato l’Italia deluso e incazzato, e che ho trovato altra gente che aveva lasciato il proprio paese ritrovandosi qui, come me, per tre mesi o quindici anni, per studiare o lavorare, per sfuggire alla delinquenza, alla polizia o alla mamma, con passaporti buoni e falsi. E alcune volte (poche) capita di trovarsi faccia a faccia coi padroni di casa. Di scendere leggermente più a fondo della facile chiacchiera da pub. E si scopre che spesso ti lascerebbero volentieri le chiavi di casa, chissà se per l’innata propensione a lamentarsi o perché veramente sognano una realtà meno ovvia (entrambe caratteristiche che ci accomunano).

E così ci si trova a farsi le stesse domande a vicenda.

Ma perché sei qui? Perché te ne sei andato? È un paese così bello il tuo! Ci sono stato sai?

Eh lo so, ma l’occhio del turista è come l’occhio dell’innamorato.

Si riempie di meraviglia e vede nient’altro.

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