Africa

Ho questa mappa appesa in soggiorno.

Mi ricorda costantemente da dove provengo, sia in senso antropologico, giacché sappiamo bene che veniamo tutti da lì; sia in senso culturale, economico e politico, poiché l’Italia partecipò alla grande abbuffata imperialista tra la fine dell’ottocento e gli anni del fascismo.
Erano trascorsi solo pochi anni dalla conquista di una fragile unità e l’ltalia, non avendo appreso nulla dalle proprie sofferenze e le proprie lotte per liberarsi dall’occupazione straniera, si lanciò in quell’assurdo spartirsi di un continente da parte di un altro continente, spinta dal contagio sciovinista, dalle pseudoscienze razziali, dal febbrile senso del progresso, dalla fame bulimica di quel capitalismo appena nato eppure già così cannibale.

La campagna imperialista italiana fu tanto più scellerata e incosciente in quanto ignorò i milioni di connazionali che, proprio in quegli anni, abbandonavano il paese per raggiungere l’Europa del nord e il continente americano, affrontando viaggi in condizioni spesso atroci e disumane, di cui abbiamo purtroppo sotto gli occhi una versione aggiornata, ma da cui, una volta ancora non apprendiamo nulla.

Ma allora c’erano da spartirsi terre, materie prime ed eserciti di forza lavoro a basso costo. L’Africa venne suddivisa arbitrariamente in base agli interessi dei colonizzatori che, come dicono gli storici, tracciarono i confini con il righello, senza tener conto di differenze etniche, culturali, politiche; supponenti nella loro ignoranza e miopi nella loro ingordigia, non li sfiorò nemmeno l’idea di una sovranità preesistente, mossi da un etnocentrismo ormai delirante. Per gli europei di allora gli africani raggiungevano appena la qualifica di esseri umani.

Il razzismo si convertì rapidamente nella scusa antropologica per il dominio.

Una tradizione secolare di schiavismo, colonialismo e fanatismo religioso, assieme ai mirabolanti sviluppi scientifici e tecnologici e la spinta del darwinismo sociale avevano instillato negli uomini europei la convinzione di essere il gradino più elevato e puro della civiltà umana.

Due guerre mondiali scalfirono appena questa convinzione, ma non troppo in profondità. È vero che gli europei, circondati da macerie fisiche ed ideologiche e pressati dalla nuova egemonia degli Stati Uniti, restituirono agli africani il loro continente, ma lasciarono dietro di sé caos, conflitti e miseria, crisi economiche e identitarie e quei confini fatti col righello. Già negli anni sessanta, leader africani come Kwame Nkrumah denunciavano la decolonizzazione come un’operazione di facciata, sviluppando il concetto di neocolonialismo.

Oggi l’Africa è, forse più che mai, un continente la cui ricchezza di risorse e materie prime è gestita in gran parte da stranieri che continuano a sentirsi padroni in casa degli altri, coadiuvati da oligarchi autoctoni facilmente corruttibili.

Pensiamo agli interessi francesi in Niger per l’approvvigionamento e gestione dell’uranio, essenziale per alimentare le sue centrali nucleari, dalle quali dipende non solo il consumo domestico ma anche l’esportazione. E uno dei destini privilegiati dell’elettricità francese è proprio l’Italia che protegge gli interessi dei cugini affiancando operazioni militari in Africa con la scusa ufficiale di arginare i flussi migratori o combattere il terrorismo.

Pensiamo ai disastri ecologici provocati dall’estrazione di petrolio da parte di compagnie come Shell e Eni in Nigeria, petrolio che riscalda le nostre case, accende i nostri computer e fa correre le nostre auto e che ai nigeriani ha lasciato terre incoltivabili, malattie, inquinamento e un decennale senso d’impotenza. La brutale esecuzione dell’attivista ogoni Ken Saro-Wiwa è forse l’episodio più clamoroso della connivenza tra grandi imprese transnazionali e governi corrotti.

Shell ha sempre cercato di smarcarsi dalle accuse di un coinvolgimento nell’impiccagione di Saro-Wiwa, arrivando anche a pagare 15,5 milioni di dollari nel 2009 per non partecipare al processo. Ma la compagnia petrolifera olandese continua ad operare nel territorio e continua ad incappare in guai giudiziari, così come Eni che con la sua consorella condivide un processo per corruzione. Giusto il mese scorso si è tenuta a Milano la prima udienza che vede Eni accusata di aver pagato mazzette per 1,3 miliardi di dollari a esponenti del governo nigeriano per assicurarsi un giacimento petrolifero. Eni è anche stata citata in giudizio da una tribù nigeriana che la accusa di devastazioni ambientali (leggere anche qui). Non sappiamo quando si concluderanno questi processi e quale sarà l’esito, ma in ogni caso non si potranno mai risarcire decenni di devastazioni umane e ambientali.

Pensiamo al fenomeno del land grabbing che coinvolge sia stati sia imprese private che stipulano contratti per l’acquisizione di porzioni enormi di territorio. Si tratta di una pratica globale che coinvolge però gran parte del continente africano, minacciandone la sovranità economica ed alimentare. Le terra accaparrate infatti saranno usate per coltivare alimenti e materie prime, appropriarsi di bacini d’acqua, gestire risorse minerarie o quant’altro i cui benefici saranno destinati allo stato o all’impresa che detiene il contratto.

landgrabbingItaly.jpeg
Contratti di land grabbing attualmente stipulati da imprese italiane. Fonte: landmatrix.org

Ora non è più necessario invadere fisicamente un paese, basta un bonifico. (Consultare il sito landmatrix per farsi un’idea della dimensione del fenomeno).

Pensiamo alle miniere del Congo da cui si estrae l’oro e un minerale forse ancora più prezioso, il Coltan, da cui si estrae il tantalio, un metallo essenziale nella produzione di smartphones, tablets e computer portatili.

Questi sono solo alcuni degli esempi più tangibili e mediatici di fenomeni di sfruttamento diffusi in tutto il continente. Intanto il discorso ufficiale riempie notiziari e pubblicità con storie di deserti, di popolazioni che muoiono di fame, di bambini striminziti e malati, di migranti che affogano nel Mediterraneo, come se quelle situazioni (gravissime e reali) fossero caratteristiche endemiche di un continente che non sa proprio come fare a sopravvivere senza il nostro aiuto, anziché conseguenza diretta delle nostre fameliche, vampiriche, disumane politiche economiche. Sono storie di paternalismo assistenziale mascherate da un’apparente umanità, ma sospinte in realtà da vecchi pregiudizi razzisti ed etnocentrici che servono a mantenere il giogo ben stretto attorno al collo africano.

L’Africa (come le altre periferie del sistema-mondo) è necessaria, perché senza saremmo già al collasso. Incapaci di ridimensionare le nostre pretese e il nostro sistema economico attuale (quel capitalismo liberista selvaggio che si nutre di speculazione ed iperconsumo), possiamo sopravvivere solo grazie a questo disequilibrio.

L’inganno del progresso mostra crepe sempre più evidenti, la piramide del benessere ha una punta sempre più stretta e una base sempre più larga. I paesi “sviluppati” implodono e quelli “non sviluppati” li vogliono imitare, incapaci di (o inabilitati dal) pensare ad alternative più efficienti.

Ma intanto, camminiamo nel deserto e crediamo d’essere il miraggio.

È l’Africa che ci sta aiutando a casa nostra e siamo noi che dobbiamo sloggiare.

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...